Capitol Hill, le donne radicali e violente di Trump

Che Donald Trump amasse le donne lo sapevamo già: appassionato di concorsi di bellezza, è stato sposato tre volte, per un totale di cinque figli. Che sia un buon marito invece è tutto da vedere.

Anche prima di arrivare alla Casa Bianca, il tycoon non ha mai perso occasione di bersagliare le donne: offensivo, allusivo, inneggiante allo stupro.

Eppure loro stesse non hanno mai smesso di sostenerlo: alle elezioni del 2016 prima, per sventare l’impeachment poi, durante l’assalto di Capitol Hill alla fine (sarà davvero la fine?).

Durante l’assalto del 6 gennaio la partecipazione delle donne non è stata marginale. Sebbene i Proud Boys, uno dei principali gruppi di estrema destra che sostengono Trump, sia composto esclusivamente da uomini, la risposta femminile non è stata da meno. Le registe dei tafferugli sarebbero infatti le fondatrici del movimento “Women for America first”, Kylie Jane Kremer e sua madre Amy. Proprio quest’ultima è una repubblicana ultra conservatrice di ferro, attivista e esponente di punta del gruppo “Tea Party” dal 2009.

Per non farsi mancare nulla, nel 2020 hanno deciso di dare vita al gruppo Facebook “Stop the steal”, convinte che i brogli elettorali a danno di Trump siano realtà, poi chiuso dalla stessa piattaforma perché accusato di diffondere informazioni false e fuorvianti. Ma la perseveranza di Kylie l’ha portata a riaprire lo stesso gruppo su Twitter, e sarebbe proprio qui che è stata organizzata la marcia verso la sede del Congresso Usa. Ad una prima analisi, lei e la madre non avrebbero partecipato materialmente agli scontri, ma è opera di Kilye il video del discorso che circola in rete in cui Trump istiga la folla.

E poi c’è QAnon, la teoria del complotto di estrema destra. Il leader più rappresentativo è sicuramente Jake Angeli (al secolo Jacob Anthony Chasley), sciamano dal copricapo di pelliccia e le corna vichinghe. Però, inaspettatamente, la maggioranza dei seguaci del gruppo è donna. Una delle cinque vittime dell’assalto infatti è Ashli Elizabeth Babbitt, veterana dell’Air Force e adepta di QAnon. L’altra è Rosanne Boyland. Erano entrambe giovani, entrambe convinte che il mondo sia governato da una cricca di pericolosi pedofili ostacolati unicamente dall’ex re dei concorsi di bellezza.

Molti degli atti di violenza perpetrati in nome di QAnon hanno una firma femminile: a maggio Jessica Prim è stata arrestata per aver trasmesso in diretta social la sua spedizione verso New York per rimuovere Biden, il tutto in possesso di decine di coltelli. Poco più tardi, ad agosto, in Texas un’altra sostenitrice di QAnon è stata accusata di aver aggredito delle persone che credeva coinvolte nel rapimento di un bambino.

Ma perchè QAnon ha così presa sulla psiche femminile? Per parlare del valore delle donne si fa sempre riferimento alla loro innata capacità di essere empatiche, materne e comprensive con tutti. Doti che da un lato possono incrementare le capacità di leadership, dall’altro portare a gesti estremi. Come lo Stato Islamico, QAnon ha capito che per coinvolgere le donne e renderle pericolose è necessario fare leva sul loro altruismo e sull’istinto protettivo nei confronti degli indifesi.

Quindi, se il motto “salviamo la razza bianca” ha più effetto su maschi giovani e disillusi dalla realtà, “salviamo i bambini dai pedofili e dal traffico di esseri umani” ha un impatto fortissimo sulle donne.

Gli stereotipi che aleggiano intorno alla donna radicalizzata possono essere molto pericolosi. Infatti, ha molte meno probabilità di essere arrestata nel corso di una manifestazione violenta proprio perché la si ritiene meno convincente in “vesti militari”. Tutto questo per dire che sì, le donne sono più impressionabili se si parla di reati a danno dei bambini, ma no, non sono mediamente più buone ed equilibrate degli uomini. La crudeltà è una questione di potere e, fino ad ora, è stato sempre in mano maschile.

Se volete scoprire chi sono le donne che hanno contrastato Trump cliccate qui!

Chiara Barison

Questo articolo si inserisce in un progetto condiviso con i colleghi della scuola Walter Tobagi di Milano, qui trovate tutte le riflessioni ispirate dall’assalto di Capitol Hill.

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