Diritti LGBTQ+, il parlamento francese vieta le terapie di conversione

La Francia ha vietato le terapie di conversione dell’orientamento sessuale. Mercoledì 26 gennaio il Parlamento francese ha approvato in via definitiva le pratiche che pretendono di curare l’orientamento sessuale delle persone omosessuali, bisessuali o transgender. Il testo ha scatenato però le proteste di psichiatri e giuristi, in particolare riguardo al nodo dell’identità di genere.

La legge – La nuova legge è stata presentata da Laurence Vanceunebrock, deputata di Lrem (La République en Marche), il partito del presidente Emmanuel Macron. Finora le terapie di conversione erano accomunate a reati come molestie morali o pratica illegale della medicina. Un approccio insufficiente secondo i sostenitori della nuova legge, che permetterà ora di aumentare la consapevolezza dell’illegalità di queste pratiche. Chiunque continuerà ad adottare le terapie di conversione rischierà due anni di carcere e una multa di 30mila euro, che potranno salire fino a tre anni di reclusione e 45mila euro nel caso in cui fosse coinvolto un minore.

«Nessuno potrà più pretendere di essere in grado di curare le persone LGBT», ha dichiarato Vanceunebrock. Macron ha esultato per l’entrata in vigore della nuova legge con un post su Twitter: «Essere se stessi non è un crimine, non c’è niente da curare». La Francia si aggiunge alla lista di Paesi in cui le terapie di conversione sono vietate, tra cui Germania, Malta, Brasile e Canada, che aveva adottato questa legge il 7 gennaio scorso.

Cosa sono – Le terapie di conversione sono pratiche pseudoscientifiche che hanno come obbiettivo quello di cambiare l’orientamento sessuale di una persona. L’individuo è “curato” per far sì che ritorni alla sua originaria eterosessualità, per eliminare o ridurre i suoi desideri e comportamenti omosessuali. Le tecniche tentate sono diverse: modificazione del comportamento, terapia dell’avversione (esporre un paziente a uno stimolo e simultaneamente a una forma di disagio, ndr), psicoanalisi, preghiere, fino alla lobotomia.e a terapie religiose come l’esorcismo. In alcuni casi si è ricorso persino all’elettroshock. Le ricerche condotte dalla comunità scientifica non hanno mai confermato i risultati dichiarati dalle associazioni che promuovono queste pratiche. Anzi, ne hanno evidenziato la pericolosità.

Il nodo – Nel primo articolo della nuova legge è stata inserita anche l’identità di genere, cioè il senso di appartenenza di una persona a un genere con cui essa si identifica e che può essere differente dal suo sesso biologico. In Francia, come in molti altri Stati, si segnala una grande crescita di giovanissimi che decidono di intraprendere un percorso di transizione di genere attraverso bloccanti della pubertà, ormoni e operazioni chirurgiche. Questo ha suscitato le proteste dell’ Observatoire la petite sirène, il collettivo che riunisce medici, psicologi, psichiatri e psicanalisti per l’infanzia: «Non potremo più prendere in cura i minori che soffrono di disforia di genere, nella legge non si fa distinzione tra minori e maggiorenni e i problemi delle due categorie non sono gli stessi».

Dopo l’approvazione del decreto, un medico non potrà più rifiutarsi di effettuare una transizione richiesta dal minore o dai genitori, né potrà effettuare un consulto psicologico per valutare se l’operazione sia o meno adeguata al caso concreto. «Il nostro approccio è neutro e vogliamo accogliere i bambini permettendo loro di raggiungere la maturità prima di intervenire dal punto di vista medico», queste le parole della psicologa e psicanalista Céline Masson riportate sul mensile Tempi. Un altro punto criticato alla legge è quello sui genitori. Si legge che, qualora venisse impedita la transizione di genere al figlio, il padre e la madre rischierebbero «la revoca totale o parziale dell’autorità genitoriale».

Il caso Keira Bell – L’anno scorso era diventato celebre, nel Regno Unito e poi a livello internazionale, il caso di Keira Bell. La ragazza originaria di Manchester aveva cominciato il suo percorso di transizione a 16 anni, salvo poi pentirsi della propria scelta e denunciare la clinica Tavistock and Portman, che l’aveva aiutata in questo processo e colpevole secondo lei di aver assecondato con troppa leggerezza il suo desiderio. «Non si possono prendere decisioni simili a 16 anni», aveva dichiarato Bell, «I ragazzi a quell’età devono essere ascoltati e non immediatamente assecondati. Io ne ho pagato le conseguenze, con danni gravi fisici». L’Alta Corte inglese aveva accolto il ricorso contro la clinica, dichiarando che è «altamente improbabile che un adolescente possa comprendere in maniera appropriata gli effetti a medio e lungo termine del cambio di genere e fornire a chi lo prende in cura per la transizione da un sesso all’altro un adeguato consenso informato».

Mattia Camera

Perché è sbagliato dire “il femminismo contro il ddl Zan”

Il dibattito sul ddl Zan, la proposta di legge contro omolesbotransfobia, misoginia e abilismo presentata dal deputato del PD Alessandro Zan, approvata alla Camera a novembre e recentemente calendarizzata per la discussione in Senato, ha spaccato a metà il mondo della politica e la società civile. Una divisione abbastanza netta: contrari vs. favorevoli.

In questo contesto, ha destato stupore il fatto che anche 17 associazioni femministe italiane si siano schierate contro il disegno di legge (insieme a singol* privat* cittadin*). A seguito della nota stampa firmata da Udi Nazionale, Udi Napoli, Collettivo Luna Rossa, Associazione Freedomina, Associazione TerradiLei-napoli, Arcidonna, Associazione Salute Donna, RadFem Italia, In Radice- per l’Inviolabilità del corpo femminile, Se Non Ora Quando Genova, I-Dee, Associazione Donne Insieme, Arcilesbica, Arcilesbica Magdalen Berns, Associazione Trame, Catena Rosa, Ide&Azioni Associate, alcune testate hanno titolato: “Il femminismo contro il ddl Zan”.

Ma qui c’è un errore di cui bisogna parlare.

Il femminismo non è mai stato una religione o un pensiero politico che non ammette contestazioni. Dalla sua nascita il movimento ha conosciuto fasi diverse e racchiuso in sé più correnti.

Tra queste, quella delle TERF ( le “Trans-exclusionary radical feminists”). Le femministe radicali transescludenti non riconoscono le donne trans come tali e scelgono di lottare solamente per quelle che definiscono come “donne nate donne” (per citare un esempio noto, la scrittrice J.K. Rowling). In Italia, i gruppi TERF sono tanti ed è infatti il concetto di genere espresso nel ddl che questi gruppi contestano (non necessariamente l’intero disegno di legge e i motivi che l’hanno ispirato).

Sono libere di farlo.

Per il femminismo intersezionale il disegno di legge dell’onorevole Zan è un provvedimento giusto, che va sostenuto. Per le TERF no. E da qui potrebbe e dovrebbe nascere un dibattito costruttivo.

Anche le testate devono essere libere di riportare quanto accade e di scrivere “il femminismo/le femministe contro il ddl Zan”.
C’è la necessità, tuttavia, oggi più che mai, di parlare correttamente di femminismo.

Un movimento che non è solo uno (si parla infatti spesso di “femminismi“) e che ha una storia, alla base della quale c’è sempre stata l’idea che noi donne fossimo tante, tutte differenti, ognuna degna di essere ascoltata e rispettata.

Eleonora Panseri