Calcio, Maria Marotta prima arbitra in serie B

Dopo l’esordio di Stéphanie Frappart in Champions League, anche in serie B è arrivato il momento delle donne. L’arbitraggio della partita Reggina – Frosinone è stato infatti affidato a Maria Marotta. Classe ’84, non è nuova alle partite maschili: già parte dell’organico di serie C, è stata promossa nella categoria superiore grazie a una norma introdotta da poco.

Con lei, come secondo assistente, un’altra donna: Francesca Di Monte ha esordito in serie B il 17 ottobre 2020 in Cremonese – Venezia.

Entrambe vantano una carriera di tutto rispetto, fatta di tanta gavetta e lavoro duro. Soddisfatto anche il presidente dell’associazione italiana arbitri Alfredo Trentalange: «Per me e l’associazione è un momento di grande soddisfazione, frutto di un lavoro importante di crescita che viene portato avanti a tutti i livelli».

Che sia un esordio, non un traguardo.

Chiara Barison

Perché è sbagliato dire “il femminismo contro il ddl Zan”

Il dibattito sul ddl Zan, la proposta di legge contro omolesbotransfobia, misoginia e abilismo presentata dal deputato del PD Alessandro Zan, approvata alla Camera a novembre e recentemente calendarizzata per la discussione in Senato, ha spaccato a metà il mondo della politica e la società civile. Una divisione abbastanza netta: contrari vs. favorevoli.

In questo contesto, ha destato stupore il fatto che anche 17 associazioni femministe italiane si siano schierate contro il disegno di legge (insieme a singol* privat* cittadin*). A seguito della nota stampa firmata da Udi Nazionale, Udi Napoli, Collettivo Luna Rossa, Associazione Freedomina, Associazione TerradiLei-napoli, Arcidonna, Associazione Salute Donna, RadFem Italia, In Radice- per l’Inviolabilità del corpo femminile, Se Non Ora Quando Genova, I-Dee, Associazione Donne Insieme, Arcilesbica, Arcilesbica Magdalen Berns, Associazione Trame, Catena Rosa, Ide&Azioni Associate, alcune testate hanno titolato: “Il femminismo contro il ddl Zan”.

Ma qui c’è un errore di cui bisogna parlare.

Il femminismo non è mai stato una religione o un pensiero politico che non ammette contestazioni. Dalla sua nascita il movimento ha conosciuto fasi diverse e racchiuso in sé più correnti.

Tra queste, quella delle TERF ( le “Trans-exclusionary radical feminists”). Le femministe radicali transescludenti non riconoscono le donne trans come tali e scelgono di lottare solamente per quelle che definiscono come “donne nate donne” (per citare un esempio noto, la scrittrice J.K. Rowling). In Italia, i gruppi TERF sono tanti ed è infatti il concetto di genere espresso nel ddl che questi gruppi contestano (non necessariamente l’intero disegno di legge e i motivi che l’hanno ispirato).

Sono libere di farlo.

Per il femminismo intersezionale il disegno di legge dell’onorevole Zan è un provvedimento giusto, che va sostenuto. Per le TERF no. E da qui potrebbe e dovrebbe nascere un dibattito costruttivo.

Anche le testate devono essere libere di riportare quanto accade e di scrivere “il femminismo/le femministe contro il ddl Zan”.
C’è la necessità, tuttavia, oggi più che mai, di parlare correttamente di femminismo.

Un movimento che non è solo uno (si parla infatti spesso di “femminismi“) e che ha una storia, alla base della quale c’è sempre stata l’idea che noi donne fossimo tante, tutte differenti, ognuna degna di essere ascoltata e rispettata.

Eleonora Panseri

Le Femen son tornate

Le femen son tornate. In realtà non se ne sono mai andate. In questi giorni si stanno svolgendo le elezioni amministrative a Madrid e non sono mancate le proteste. Cinque attiviste del collettivo femminista Femen sono state fermate dopo aver protestato davanti al seggio in cui votava Rocìo Monasterio, candidata di estrema destra del gruppo Vox.

Nate nel 2008 a Kiev, in Ucraina, da un’idea di tre amiche Oksana Šačko, Hanna Hucol e Inna Shevchenko per dare una svolta alla lotta al turismo sessuale, al sessismo e alle discriminazioni sociali. Solo in Ucraina si contano più di 300 attiviste tra i 18 e i 30 anni, ma ormai sono presenti gruppi in tutta Europa. Quello spagnolo è solo l’ultimo dell’elenco. La loro forza? Fare del proprio corpo una bandiera, lo stesso corpo femminile spesso vittima di abusi e disprezzo. Come? Mostrando il proprio seno in modo fiero, quasi noncurante. I seni come un’arma. I controversi seni, amati e violentati dagli uomini che ancora non sanno riconoscere il valore delle donne nella società. «È l’unico modo per farsi ascoltare in questo Paese», così hanno giustificato la propria scelta. E bisogna dire che ha funzionato: sono protagoniste delle manifestazioni di tutta Europa e dal 2012 la Francia ha riconosciuto ufficialmente l’associazione.

Ovviamente non mancano le polemiche. Chi le considera eccessive e chi, come la giornalista Daryna Chyzh ne ha evidenziato le ombre. Per il suo reportage si è fatta reclutare nel gruppo: dopo essere stata fotografata a seno nudo, ha seguito un vero e proprio training per imparare a svestirsi in pubblico in modo da attirare l’attenzione. La giornalista sostiene anche che le Femen percepirebbero un compenso mensile di circa 1000 euro, oltre al rimborso spese in caso di trasferta. Inoltre, non sarebbero poche le personalità del jet set europeo a celarsi dietro l’organizzazione.

Chiara Barison

#iolochiedo, una campagna per cambiare la legge sulla violenza sessuale

Nella Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, anche nota semplicemente come Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, lo stupro è un “rapporto sessuale senza consenso”. Nell’articolo 36 del testo, al paragrafo 2, si legge anche che tale consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona, e deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto”.

Al contrario, l’articolo 609-bis del Codice penale italiano, che disciplina il reato di violenza sessuale, non considera in alcun modo l’elemento del consenso e punisce “chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali”.
Se dunque per sanzionare un comportamento come stupro la legge italiana prevede che concorrano gli elementi della violenza, della minaccia o dell’abuso di autorità, nel caso in cui questi siano assenti, diventa difficile stabilire la gravità del reato.

Proprio a questo proposito, Amnesty Italia ha lanciato una petizione per richiedere alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia la revisione dell’articolo 609-bis. Revisione che tenga in considerazione la definizione data dalla Convenzione di Instabul e introduca in Italia l’idea che lo stupro non sia soltanto una violenza fisica ma qualsiasi comportamento sessuale privo del consenso di entrambe le parti.

Come si legge anche sul sito di Amnesty, la percezione del reato di stupro in Italia è viziata non soltanto a livello legislativo, ma anche e soprattutto a livello culturale:

“Secondo l’Istat (rilevazione del 2019), persiste in Italia il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita. Addirittura il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Anche la percentuale di chi pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire è elevata (23,9%). Il 15,1%, inoltre, è dell’opinione che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte corresponsabile. Per il 10,3% della popolazione spesso le accuse di violenza sessuale sono false (più uomini, 12,7%, che donne, 7,9%); per il 7,2% “di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì”, per il 6,2% “le donne serie non vengono violentate”. Solo l’1,9% ritiene che non si tratta di violenza se un uomo obbliga la propria moglie/compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà”.

La campagna di Amnesty è stata lanciata in rete con l’hashtag #iolochiedo e l’obiettivo è quello delle 61000 firme.

Se volete sostenere la petizione, fate click QUI.

Eleonora Panseri

Alessandra Galloni è la nuova direttrice di Reuters

Decisione storica per Reuters.
La giornalista italiana Alessandra Galloni sarà la nuova direttrice della nota agenzia di stampa che, fondata nel 1851 da Paul Julius Reuter, nei suoi 170 anni di storia non era mai stata guidata da una donna.
A fine aprile Galloni prenderà il posto di Stephen J. Adler, vincitore di sette premi Pulitzer e a capo dell’agenzia dal 2011, che lascerà la direzione per andare in pensione.

Nata a Roma nel 1974, Galloni si è laureata nel ’95 ad Harvard, ha conseguito un master alla London School of Journalism nel 2002 e ha lavorato al Wall Street Journal per 13 anni. Dal 2013 in Reuters la nuova direttrice si è occupata di economia e finanza come corrispondente da Londra, Parigi e Roma.

“Sono onorata di dirigere una delle migliori redazioni del mondo!” ha scritto Galloni sul suo account Twitter.

Anche Vincenzo Amendola, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei, ha salutato con entusiasmo la nomina della neo direttrice, twittando: “In bocca al lupo ad Alessandra Galloni, prima donna a guidare Reuters in 170 anni. Orgoglio italiano”.  

Eleonora Panseri

Trovate la notizia anche nel GR del 13/4/2021 sul canale Youtube di Radio Sestina, la radio della Scuola di giornalismo “Walter Tobagi”.

Good Guys Guide, arriva il vademecum per non spaventare le donne in strada

«Sei un bravo ragazzo», è la prima cosa che si legge aprendo il sito Good Guys Guide. Il testo poi prosegue: «Ma la donna che cammina da sola in strada non lo sa. Per questo, abbiamo creato una serie di semplici azioni che puoi fare per farla sentire più sicura». Passeggiare in strada la notte può essere pericoloso, specie per una donna. Il tema è diventato ancora più d’attualità dopo che la 33enne Sarah Everard, lo scorso 3 marzo, è stata rapita e uccisa a Londra dal poliziotto Wayne Couzens, mentre tornava a casa dopo essere stata da un amico. Proprio questo evento ha spinto un’agenzia pubblicitaria a creare un vademecum per i “bravi ragazzi” per non spaventare le ragazze.

Le sette regole d’oro – Il sito, lanciato negli scorsi giorni da M&C Saatch in collaborazione con Solace Women’s Aid e Token Man, consiste in «sette modi con cui i bravi ragazzi possono far sentire più sicure le donne in ogni strada». Per prima cosa, si può evitare di avvicinarsi troppo. In queste situazioni, anche chiedere un’informazione o una sigaretta può essere visto come una minaccia. Lo stesso vale se si cammina alle spalle, perché chi è davanti si sente pedinata. Un uomo, a questo punto, potrebbe attraversare la strada così che la donna possa vederlo e capire in che direzione sta andando. La quarta regola del «bravo ragazzo» invita a far vedere le mani e tenere giù il cappuccio della felpa, per non dare l’idea di nascondere qualcosa. Nel caso di chi sta correndo o andando in bici, viene consigliato di gridare ad alta voce da che lato si supererà la donna davanti, sempre per non spaventarla. Infine, far finta di chiamare qualcuno al telefono aiuta gli altri a capire in che posizione ci troviamo. Grazie a questi comportamenti, si permette a ogni donna di avere un maggiore controllo della situazione. Che vuol dire regalarle un rientro tranquillo a casa. La settima e ultima regola, poi, invita a condividere la Good Guys Guide tra i propri amici, perché «sono bravi ragazzi anche loro e così le strade diventeranno più sicure per tutti».

L’iniziativa – La morte di Sarah Everard è servita da catalizzatore per riaccendere l’attenzione sui femminicidi e sul rispetto nel rapporto tra uomini e donne. Spesso molte ragazze, quando devono rientrare a casa la sera, scelgono di proposito strade più lunghe per evitare percorsi più pericolosi, altrimenti prendono un taxi invece dei mezzi pubblici. In un articolo uscito sull’ultimo numero del settimanale Sette, vengono riportati dati Istat, riferiti al 2018, secondo cui il 35% delle donne italiane non si sente al sicuro in strada. La guida è stata scritta da Ieva Paulina e Camila Gurgel, membri del team creativo di M&C Saatch. «Abbiamo voluto creare qualcosa per aiutare gli uomini che si definiscono “bravi ragazzi” a fare la loro parte perché le donne si sentano più al sicuro», spiega Gurgel. L’iniziativa è stata promossa su tutti i social, oltre che su 17 cartelloni pubblicitari dislocati nel Regno Unito in strade ad alto traffico. «È un momento cruciale per creare un movimento impegnato a porre fine a tutte le forme di violenza sulle donne», ha dichiarato Jane Jutsum, responsabile dell’area business di Solace Women’s Aid, «Il movimento ha bisogno degli uomini come alleati per contrastare la generale indifferenza verso i diritti delle donne». In fondo al sito, è anche possibile iscriversi alla campagna, per avere un ruolo più attivo. L’invito, rivolto a tutti, è di riflettere sul proprio linguaggio del corpo e su come viene interpretato da chi incontriamo. Per far sì che non sia più compito di una donna prendere precauzioni per evitare di essere molestata.

Filippo Errico Verzè

Articolo originariamente pubblicato su LaSestina, testata della scuola di giornalismo Walter Tobagi

Golden Globes, Chloé Zhao Miglior regista: è la seconda donna dal 1984

Dopo ben 37 anni, il Golden Globe come Miglior regista torna a vincerlo una donna. Chloé Zhao, pseudonimo della regista, sceneggiatrice, produttrice 38enne Zhao Ting, conquista il premio con Nomadland, già vincitore del Leone d’oro come Miglior film al Festival di Venezia 2020. E dopo queste due vittorie c’è chi ne parla come probabile favorito agli Oscar 2021. Protagonista della pellicola è Frances McDormand (Fargo, 1996, e Tre manifesti a Ebbing, Missouri, 2017). L’attrice interpreta Fern, donna di sessant’anni che, dopo la perdita del marito, decide di abbandonare la sua città e attraversare gli Stati Uniti occidentali a bordo di un furgone.

La Hollywood Foreign Press Association, criticata duramente negli anni passati per aver escluso le donne dalla categoria, quest’anno ha deciso di presentare tre nomi femminili su cinque candidature: Regina King, presentatasi con il suo One Night in Miami, Emerald Fennell con Promising Young Woman e Zhao. A competere contro di loro due giganti: David Fincher, regista di pellicole come Fight Club (1999) e The Social Network (2010), in gara con Mank, e Aaron Sorkin, sceneggiatore della fortunata serie West Wing (1999), candidato al premio con la produzione Netflix Il processo ai Chicago 7.

Nel 1984 era stata Barbra Streisand, regista, sceneggiatrice e attrice nella pellicola Yentl, a ricevere per prima il premio come Miglior regista. Il film raccontava la storia di una giovane ebrea polacca che nei primi anni del ‘900 decide di travestirsi da uomo per proseguire i suoi studi sul Talmud. Dopo questa vittoria, il nulla: per quasi 40 anni le nomination per la categoria, salvo poche eccezioni (Jane Campion candidata nel 1994, Sofia Coppola nel 2004, Kathryn Bigelow nel 2010 e 2013 e Ava DuVernay nel 2015), sono state appannaggio maschile. Quella di quest’anno potrebbe essere la svolta verso un mondo cinematografico più inclusivo e meritocratico, un precedente importante per il futuro dei Globes e di altri premi cinematografici.

Eleonora Panseri

Articolo originariamente pubblicato su Sestina, testata online della Scuola di giornalismo “Walter Tobagi”.

Mario Draghi e il rilancio del Paese: serve il «coinvolgimento delle donne»

Nel suo discorso al Senato il Presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi ha dedicato grande spazio alla questione della parità di genere. La parola “donne” è stata infatti pronunciata ben 10 volte, superata solo da “cittadini” (11), “lavoro” (16), “pandemia” (18) e programma (19).

Draghi si è inizialmente soffermato sulle difficoltà che il genere femminile sta vivendo in conseguenza del Covid-19, sottolineando come a perdere il lavoro in questo anno di pandemia siano stati principalmente i giovani e le donne.

«La diffusione del virus ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. Con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne. Un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento».

Ma il Presidente ha anche sottolineato come gli squilibri nel nostro Paese siano un retaggio del passato. Una situazione che negli anni è migliorata ma sulla quale è ancora necessario fare interventi importanti e incisivi, soprattutto per quanto riguarda il gap salariale e le posizioni dirigenziali ricoperte in numero non rilevante dalle donne.

«La mobilitazione di tutte le energie del Paese nel suo rilancio non può prescindere dal coinvolgimento delle donne. Il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia rimane tra i più alti di Europa: circa 18 punti su una media europea di 10. Dal dopoguerra ad oggi, la situazione è notevolmente migliorata, ma questo incremento non è andato di pari passo con un altrettanto evidente miglioramento delle condizioni di carriera delle donne. L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo».

Interventi sul pay gap ma anche riforme che consentano alle donne di ridurre le ore dedicate al lavoro domestico non retribuito (il 75% è a loro carico) e di non dover scegliere più tra soddisfazione professionale e vita familiare. Una critica decisamente poco velata alle quote rosae la promessa di un maggiore impegno nel garantire ad entrambi i generi le stesse possibilità e gli stessi oneri.

«Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro. Garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali. Intendiamo quindi investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perché sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese. Solo in questo modo riusciremo a garantire che le migliori risorse siano coinvolte nello sviluppo del Paese».

E’ necessario fare sempre la solita premessa: le cose non cambieranno di certo da un giorno all’altro. Questo discorso però si inserisce in quell’ottica di “primi passi” che chi ci governa può e deve compiere in direzione di una maggiore inclusione del genere femminile negli interventi e nelle scelte della politica. Perché questo Paese non può essere davvero grande se esclude e limita la metà delle sue “migliori risorse”.

Possiamo dire che per l’Italia oggi è un bel giorno.

Eleonora Panseri

Qui trovate il testo integrale del discorso del Presidente.

Wikipedia Creative Commons

Ecco le donne che faranno la storia dei Globes

Nei 78 anni della loro storia, i Golden Globes sono sempre stati dominati da uomini. Solo cinque le donne nominate per la regia in tutti questi anni: Sofia Coppola, Jane Campion, Ava DuVernay, Kathryn Bigelow e Barbara Streisand (Bigelow e Streisand due volte). La cantante l’unica ad averlo vinto nel 1983.

Il 2021 invece entrerà nella storia del cinema: sui cinque candidati alla miglior regia, le donne sono più della metà. Ecco le tre cineaste in lizza per la vittoria:

Regina King non è nuova alle vittorie: già vincitrice di un Golden Globes e di un Oscar come interprete non protagonista, milita nel mondo del cinema praticamente da sempre. Ha debuttato come attrice nel 1985 a soli 14 anni per approdare sul grande schermo nel 1991. Al suo attivo ci sono più di 32 film, e quello che la vede occupare per la prima volta il posto di regista si intitola One night in Miami. Applaudita dalla critica alla mostra del cinema di Venezia, la pellicola è tratta da una pièce teatrale in cui i quattro protagonisti discutono di black power, emancipazione e lotta al razzismo.

Chloé Zhao è nata nel 1982 a Pechino, Cina. Da sempre affascinata dalla cultura occidentale, il suo sogno si realizza a 15 anni quando inizia a studiare in un collegio di Londra. Dopo aver lavorato anche come barista, si iscrive alla  Tisch School of the Arts di New York. Il suo primo impiego da regista è del 2008 e, nonostante diverse candidature nel corso degli anni, è riuscita ad aggiudicarsi solo il Leone d’oro nel 2020 con il film Nomadland. Non solo cinema indipendente: quest’anno è atteso un film sui supereroi della Marvel che porterà la sua firma.

Ultima, non per importanza, la sceneggiatrice Emerald Fennell. Britannica e laureata in letteratura a Oxford, è stata notata dal talent scout che ha scoperto anche Keira Knightley durante un’interpretazione teatrale organizzata all’università. Ultimamente è ricordata principalmente per aver interpretato Camilla Parker Bowles nella serie Tv The crown. Già regista della serie televisiva Killing Eve, debutta al cinema con Una donna promettente.

Chiara Barison

Tokyo 2021, le affermazioni sessiste del Presidente del Comitato olimpico giapponese

“Le riunioni cui partecipano troppe donne in genere vanno avanti più del necessario”.
Yoshiro Mori, 83 anni, ex primo ministro (dal 2000 al 2001) ed attuale presidente del Comitato olimpico nipponico (JOC), ha risposto così ad una domanda sulla scarsa presenza femminile nell’organo che presiede. Le donne sono infatti solo 5 su 23 membri. Per questo esiste una proposta di riforma del ministero dell’Istruzione giapponese che aumenterebbe dal 20 al 40% il numero di donne nel comitato direttivo dei Giochi.

Secondo Mori, se venisse effettivamente incrementata la percentuale di donne nel consiglio, sarebbe necessario “contenere la durata dei loro interventi”. Il motivo? “Altrimenti non smettono di parlare e la questione diventa problematica”.

I giornali giapponesi hanno riportato l’accaduto raccontando come l’affermazione abbia generato sul momento l’ilarità generale. Sui social e in altri contesti invece le parole del presidente hanno sollevato dure critiche.
La direttrice del Comitato Kaori Yamaguchi ha precisato che “la parità di genere e un maggior rispetto per le persone con disabilità sono valori fondamentali per gli organizzatori dei Giochi a Tokyo. È deplorevole che il presidente del comitato organizzatore faccia questi commenti”.

Nonostante alcuni le abbiano richieste ed altri se le aspettassero, le dimissioni di Mori sono state smentite dallo stesso. Il Presidente si è scusato, ritenendo il commento inappropriato e contrario allo spirito della competizione organizzata dal comitato: “Sono profondamente pentito. Vorrei ritirare la dichiarazione. Vorrei scusarmi per eventuali sentimenti spiacevoli”. Anche se, rispondendo ad un cronista che gli chiedeva se effettivamente le riunioni del comitato si protraessero a causa della verbosità delle donne, Mori avrebbe detto: “Non parlo tanto con loro, non so“.

Tralasciando quest’ultima affermazione, il passo indietro resta comunque gradito. Tuttavia, la mentalità misogina profondamente radicata nella società nipponica è tristemente nota. Il Giappone si trova infatti al 121esimo posto nel rapporto sul divario di genere del “World Economic Forum“, che di Paesi ne considera 152.

Quello del presidente Mori non è da considerarsi come un caso isolato.
Nel 2018 l’Università di Tokyo si trovò coinvolta in uno scandalo gravissimo: il quotidiano cinese Yomiuri Shimbun rivelò che dal 2011 i risultati dei test di ammissione delle donne candidate alla facoltà di medicina erano stati alterati affinché queste fossero il 30% in meno del totale. Gli uomini erano ritenuti infatti “più adatti” all’ambiente ospedaliero. Del giugno e novembre 2019 sono invece le proteste portate avanti dalle donne giapponesi contro le assurde imposizioni che sono costrette a subire sui luoghi di lavoro: tacchi alti obbligatori e occhiali vietati.

Una situazione che decisamente non si addice alla terza potenza economica mondiale.

Eleonora Panseri

Potrebbe essere una donna il nuovo presidente del Consiglio?

Autorevole e competente.
Emma Bonino, parlamentare di “Più Europa” ed ex Ministra degli Affari Esteri, pensa siano queste le caratteristiche di un premier.
E se queste le avesse una donna, sarebbe davvero così utopico?

In questi giorni di consultazioni si continuano a sentire nomi su nomi, nel bene e nel male. Ma non emerge mai una proposta femminile per la posizione centrale di Governo. Solo Emma Bonino ha sollevato la questione. È così impensabile che in Italia venga scelto un capo di Governo che non sia un uomo?

Un primo ministro dovrebbe essere autorevole e competente perché sta guidando una nazione, non sta giocando una partita a poker in una serata tra amici (mi permetto di aggiungere che chiunque entri in politica dovrebbe esserlo, ma in effetti così entriamo in un’utopia che rasenta la distopia). Ma in Italia preferiamo metter davanti il genere alla capacità
politica e governativa della persona. Non riconosciamo le donne come leader e in parte è anche responsabilità di noi donne.

Come al solito è tutto causa e conseguenza di una politica fatta da e per gli uomini. Basti pensare alla scena ridicola di Matteo Renzi in conferenza stampa che parla al posto delle Ministre dimissionarie del suo partito politico (le “ministre della discordia,” Bonetti e Bellanova). Hanno avuto entrambe degli spazi per esprimersi e credo siano emerse come personaggi competenti, ma sono state letteralmente fagocitate dall’egocentrismo di Renzi.

Oggi il personaggio politico femminile più di spicco nel Parlamento italiano è Giorgia Meloni, nota più per le sue affermazioni social alla “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, etc.” e alle sue visioni conservatrici che effettivamente fanno poco paura al patriarcato (basti pensare che i suoi commenti sulla questione dell’aborto in Polonia sono quasi identici a quelli di Matteo Salvini).

In ogni caso, siamo sempre delle “Cenerentole”, cerchiamo, sì, di prenderci delle piccole quote di potere, ma quando si tratta di occupare la poltrona più importante non abbiamo neanche una candidata da proporre.
Nel 2018 un avvocato pugliese semisconosciuto con studio a Roma è stato scelto come “Presidente di garanzia”, tale Giuseppe Conte. Si è poi trovato a gestire una prima crisi nel 2019 (con Salvini direttamente da Riccione, e temo faccia già ridere così) e una seconda nel 2021 (Renzi, in piena emergenza pandemica, pur sollevando delle questioni rilevanti ha avuto indubbiamente un pessimo tempismo).
Non ho fatto nomi a caso, ho intenzionalmente scelto di sottolineare come, ancora una volta, a reggere le fila della politica italiana che conta siano gli uomini. E vi cito un paio di eventi recenti per parlare di
questi personaggi.
Matteo Salvini è il politico che preferisce evitare i prestiti del Recovery per usare solo finanziamenti di mercato a fondo perduto, geniale strategia che consentirebbe di pagare ben 25 miliardi in più nei prossimi 10 anni, visto che notoriamente navighiamo in buone acque (il professor Cottarelli gli ha anche gentilmente offerto una lezione di economia in televisione per insegnargli a fare i calcoli).
Matteo Renzi è invece quello che dopo aver aperto una crisi politica, ha preso un jet privato per andare ad intascare il denaro del “grande principe Mohammad bin Salman”, augurandosi un “nuovo rinascimento”
in Arabia Saudita (peccato che quando era al governo a noi italiani offriva in busta paga solo 80 euro di bonus, illuminato…).
Sono questi personaggi autorevoli e competenti? A voi l’ardua sentenza. Ma come italiani possiamo fare sicuramente di meglio.

E come italiane dovremmo fare di più per abbattere il famoso “glass ceiling“, il famoso “soffitto di cristallo”, e contribuire attivamente, di più e ancora meglio, al nostro paese. In fondo, non è un momento storico decisamente propizio per provarci?
Alla Casa Bianca, Kamala Harris ha dimostrato che si può fare.
In Estonia, Kersti Kaljulaid e Kaja Kallas ricoprono le cariche più alte dello Stato, rispettivamente Capo di Stato e Capo di Governo.
In Nuova Zelanda, Jacinda Ardern è stata internazionalmente riconosciuta come una delle migliori leader nella gestione della pandemia da coronavirus.

Quando toccherà a noi?

Eleonora Scialo

Aggiornamento: nella giornata di ieri, durante le Consultazioni, sembra sia stato fatto il nome della costituzionalista Marta Cartabia per il ruolo chiave di Palazzo Chigi.

Crisi di governo, le ministre della discordia: Teresa Bellanova

Insieme ad Elena Bonetti, ha lasciato il suo incarico al Governo anche Teresa Bellanova, deputata di Italia Viva, ex ministra delle politiche agricole alimentari e forestali. Bellanova viene scelta come sottosegretaria di Stato al lavoro nel 2014, viceministra dello sviluppo economico nel 2016 e ministra del Conte bis per il suo passato da bracciante (lascia la scuola subito dopo aver finito le medie per lavorare) e da sindacalista impegnata nella lotta al caporalato. Insomma, un curriculum di tutto rispetto. Questo però non è bastato ai detrattori del binomio “donne e politica”.


Nel 2019 infatti, subito dopo il giuramento al Colle, piovvero critiche feroci sull’aspetto della ministra e sul suo titolo di studio. Perché quando le donne entrano in politica non importa quante competenze ed esperienza abbiano accumulato nelle loro carriere: chi non accetta che sia una donna ad avere il potere, troverà sempre qualcosa a cui attaccarsi. Soprattutto con commenti che sviliscano quella tanto decantata “femminilità” che non deve essere assente, ma nemmeno troppo evidente. Perché, ormai lo sappiamo troppo bene, quando si attacca una donna non lo si fa mai sulla base delle azioni che questa compie, come capita ai colleghi uomini, ma proprio in quanto come rappresentante del genere femminile.

Ora, tornando alla crisi di governo, al leader di Italia Viva Matteo Renzi sono state rivolte pesanti accuse di sessismo perché, durante la conferenza in cui sono state annunciate le dimissioni, le due ministre Teresa Bellanova e Elena Bonetti hanno avuto la possibilità di intervenire soltanto dopo l’intervento del capo di partito.
Sì, esatto, sui social e non, si sono schierati tutti in difesa di Bonetti e della stessa Bellanova che soltanto qualche tempo fa veniva massacrata da insulti come «vai a lavorare, tricheco» o «balena blu» (perché l’abito scelto dalla ministra per il giuramento era blu elettrico). La parola data soltanto dopo alle due donne ha fatto insorgere alcuni “femministi d’occasione”, quelli che si battono per la parità di genere solo quando questa porta loro un vantaggio. Infatti, quando si tratta di attaccare il nemico, le donne vengono strumentalmente difese o distrutte, come successo a Bonetti e Bellanova o, di recente, a Melania Trump, chiamata “escort” da Alan Friedman durante una trasmissione di Rai1.

Quello che le donne dovrebbero fare in questi casi è non rimanere in silenzio. Come ha fatto qualche tempo fa Alexandria Ocasio-Cortez che ha pronunciato un lungo discorso rivolto al collega repubblicano della Florida Ted Yoho che le si era rivolto chiamandola “fucking bitch“.
“Io sono qui perché devo mostrare ai miei genitori che sono figlia loro e che non mi hanno cresciuta per accettare gli abusi degli uomini”, ha dichiarato fermamente la deputata. “Trattare le persone con dignità e rispetto è ciò che rende onesto un uomo. E quando un uomo onesto fa un errore, come tutti noi possiamo fare, cerca di fare del suo meglio per scusarsi. Non per salvare la faccia, non per avere un voto in più.  Si scusa genuinamente per riparare e riconoscere il male che ha fatto cosicché sia possibile superare la cosa tutti insieme”.

Bellanova e tutte le donne della politica di ieri e di oggi stanno ancora aspettando le scuse di quanti non hanno pensato due volte a massacrarle e che le hanno difese solo quando farlo era funzionale ai loro scopi. 

Eleonora Panseri


Questo pezzo si inserisce in un progetto condiviso con i compagni della Scuola di giornalismo “Walter Tobagi” di Milano e coordinato insieme ai colleghi di All’Ultimo Banco“. Di seguito trovate alcuni contributi sul tema, gli altri li potete trovare QUI.


Gli altri protagonisti della crisi

Ma chi sono gli altri protagonisti di questa crisi di governo?
Sicuramente, il già citato Matteo Renzi che ha attirato su di sé l’ira del Presidente del Consiglio dimissionario Giuseppe Conte.

La scontro tra i due leader per molti aspetti ha ricordato una partita di tennis o un match di pugilato, come l’incontro Tyson/Holyfield del 1997 .

Non sono mancati i colpi di scena, come il voto a sostegno della fiducia dell’onorevole Mariarosaria Rossi, visto dai compagni di partito (e da tutti gli altri) come un tradimento al fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi. E viene quasi spontaneo il paragone con altri e più famosi “cambi di maglia“.


Crisi del passato

66 governi in 75 anni di vita repubblicana: l’Italia sembra non essere mai riuscita a trovare una stabilità politica duratura. Colpa anche del mutare delle tanto famose quanto complesse leggi elettorali, fortemente condizionate dal momento politico in cui vengono approvate.

Tra le crisi più famose, è quella del 1876: con la caduta della Destra storica in Italia si aprì una nuova stagione politica dominata dalla sinistra e dalla figura di Agostino Depretis.


Molte altre “sono passate alla storia con espressioni tra il culinario e il goliardico, sorte toccata anche a diversi accordi e patti: dal famoso “patto della crostata” del ’94 a quello delle sardine del 1997 fino al più recente “patto delle tagliatelle” del 2018 con cui di fatto è nato il primo governo Conte”.

Per restare in tema, nei pressi di Montecitorio si trovano alcuni locali divenuti famosi per l’assidua frequentazione da parte delle diverse forze politiche che compongono il nostro variegato parlamento.


Il giornalismo e le donne al potere: cosa ne pensiamo

Da diversi anni, la riflessione sul modo in cui il mondo dell’informazione tratta il tema delle donne al potere è spesso al centro del dibattito. Può capitare che giornali e programmi televisivi/radiofonici promuovano, il più delle volte inavvertitamente, stereotipi e narrazioni sessiste. Sull’argomento siamo state intervistate dal fondatore di “30 Penne Bianche“, Filippo Menci.

Crisi di governo, le ministre della discordia: Elena Bonetti

«Le mie dimissioni sono lo spazio perché questo tavolo per riprogettare il Paese, sempre rimandato, finalmente si apra. Non si può più rimandare, proprio perché siamo in crisi bisogna agire, il tema non è Conte ma la risposta politica», con queste parole il 13 gennaio 2021 Elena Bonetti, ministra per le Pari opportunità e la Famiglia, ha rassegnato le sue dimissioni. Un gesto che di fatto ha dato inizio a un processo culminato con la rinuncia al Quirinale del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Fare la ministra alle pari opportunità di un Paese fanalino di coda secondo i parametri del Gender Gap Index non dev’essere stata un’impresa facile. Oltretutto in piena pandemia.

In Italia è ancora prevalente la visione della donna solo madre o solo lavoratrice. Molte sono costrette a fare una scelta in un senso o nell’altro: non si fanno i figli per la carriera o la si abbandona per seguire i figli. In relazione a questo punto, il grande rammarico della ministra consiste nell’incapacità del governo di realizzare politiche sociali che riuscissero ad andare oltre la logica assistenziale.

Diversi sono stati i suoi interventi a proposito delle migliorie da apportare al congedo di paternità, esteso da sette a dieci giorni, e sulle misure di sostegno all’imprenditoria femminile. Da sempre dalla parte delle donne, ma buona volontà, preparazione e una squadra tutta al femminile non sono bastati all’ex ministra per fare davvero la differenza.

Elena Bonetti ha lasciato un governo che aveva in mano una bozza del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) in cui ci sono tante belle parole come empowerment femminile, inclusione sociale e parità di genere. Ma cosa serve per trasformare le parole in realtà?

I punti dai quali non si può prescindere per un vero passo avanti nella valorizzazione della popolazione femminile sono contenuti nella lettera indirizzata a Giuseppe Conte e sottoscritta dal collettivo di donne “Il giusto mezzo”.

Al primo posto troviamo il bisogno di servizi legati alla prima infanzia: investire sugli asili nido creerebbe un circolo virtuoso e portando alla realizzazione di un altro obiettivo, il rilancio dell’occupazione femminile. Ma avere un luogo in cui lasciare i propri figli non basta. Ed ecco che entrano in gioco le varie misure di supporto fiscale che potrebbero facilitare le donne nell’accesso nel mondo del lavoro. Secondo i dati Ocse, la metà delle donne non lavora. Questo significa che solo una donna su due è occupata o cerca lavoro, mentre l’altra metà non lo cerca neppure. Il dato negativo si ripercuote sul genere delle cariche dirigenziali: le donne quadro sono meno del 10 per cento.

E così si arriva al terzo punto illustrato da “Il giusto mezzo”: l’eliminazione del gender pay gap (disparità salariale fondata sul genere, ve ne abbiamo parlato qui).

Il filo conduttore di queste richieste è dato dal giustificato astio verso i bonus. Servono riforme strutturali e capillari su tutto il territorio nazionale. Tradotto: ristrutturazioni lungimiranti e solide sul lungo termine che, a quanto pare, alla politica italiana piacciono poco.

Chiara Barison


Questo pezzo si inserisce in un progetto condiviso con i nostri compagni della Scuola di giornalismo “Walter Tobagi” di Milano e coordinato insieme ai colleghi di All’Ultimo Banco“. Di seguito trovate alcuni contributi sul tema, gli altri li potete trovare QUI.


Le diverse prospettive della crisi

Montecitorio - Roma

Innanzitutto, per districarsi tra le trame ingarbugliate e un po’ ostiche, potrebbe essere utile conoscere l’etimologia della parola crisi. Per rendersi conto poi che la tempesta parlamentare si presta bene al racconto in atti. Su il sipario!


Se il teatro non fa per voi, niente paura: la politica italiana è tutto un cinema. Colpi di scena ed effetti speciali non mancano mai, nemmeno a sale chiuse.


Storia di tormenti e shakespeariani dilemmi: la democrazia in Italia.


Questioni piuttosto noiose, bisogna ammetterlo. Cambia tutto se si trova qualcosa di positivo. Le critiche costruttive al Recovery plan ne sono un esempio.


Una crisi può essere comica? Con le meme sicuramente una risata scappa.


Crisi pandemica e crisi di governo sono collegate? Tante risposte e nessuna certezza.


Da diversi anni, la riflessione sul modo in cui il mondo dell’informazione tratta il tema delle donne al potere è spesso al centro del dibattito. Può capitare che giornali e programmi televisivi/radiofonici promuovano, il più delle volte inavvertitamente, stereotipi e narrazioni sessiste. Sull’argomento siamo state intervistate dal fondatore di “30 Penne Bianche“.

Marisa Rodano, un secolo di lotte

Le donne italiane espressero il loro primo voto nel 1946 e Marisa, che in quell’anno aveva solo 25 anni, per il suffragio femminile ha combattuto in prima linea. Lo ha fatto insieme all’UDI, l’Unione donne italiane: il movimento, nato ufficialmente nel settembre del 1944 a Roma sotto l’ala del Partito Comunista Italiano, l’8 marzo 1946 sceglierà su sua iniziativa la mimosa come fiore-simbolo della Giornata Internazionale della Donna. Marisa presiederà l’UDI dal 1956 al 1960.

Quella per il voto però non è stata l’unica lotta per questa donna che oggi compie 100 anni e che è un esempio di infaticabile impegno nella lunga strada per il riconoscimento dei diritti delle donne.

Maria Lisa Cinciari Rodano, nata a Roma il 21 gennaio 1921, nel maggio del 1943 viene arrestata per attività contro il fascismo e detenuta per qualche tempo nel carcere delle Mantellate. Subito dopo la caduta del fascismo entra a far parte dei Gruppi di difesa della donna, diventando una partigiana. Partecipa a una “resistenza senza armi”, come la definisce nelle sue “Memorie di una che c’era“:

“Non ho mai preso un’arma in mano se non per trasportarla e ho fatto soltanto quello che centinaia di donne hanno fatto in quei mesi”.

Alla fine della guerra è nel consiglio comunale di Roma, nel 1948 entra alla Camera (di cui sarà vicepresidente dal 1963, la prima donna nella storia repubblicana a ricoprirne la carica). Cinque anni dopo arriva anche al Senato. Dal 1979 è all’Europarlamento e vi resta per dieci anni: dal 1981 al 1984 in qualità di presidente e relatrice generale della Commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo sulla “Situazione della donna in Europa”, dall”84 come vicepresidente della Commissione dei diritti delle donne del Parlamento Europeo.

Marisa ha speso e continua a spendere la sua esistenza per il riconoscimento della parità di genere, un traguardo che è ancora lontano dall’essere raggiunto. Ma i passi avanti fatti sono tanti e tante sono le donne che si rendono conto che le cose vanno cambiate.

“Un consiglio da dare? Il primo è: fare squadra, non isolarsi, non avere sempre l’atteggiamento di vendersi al meglio sul mercato individualmente. Il secondo è di studiare e di leggere. E nel rapporto con gli uomini cercare un rapporto che sia possibilmente paritario e non di subordinazione”.


E se lo dice una persona come Marisa Rodano, che ha contribuito concretamente a fare l’Italia, possiamo davvero fidarci.
Buon compleanno!

Eleonora Panseri

Note: QUI potete trovare una recente splendida intervista di Marisa Rodano.

La libertà di essere (o non essere) madre

Ieri sera il Senato ha confermato con 156 voti favorevoli la fiducia al governo Conte bis. Anche se la maggioranza relativa non renderà le cose facili all’esecutivo, l’Italia tira un sospiro di sollievo. Quello che però colpisce, in un’ottica femminile e femminista, sono le parole pronunciate dal leader della Lega Matteo Salvini. Durante il suo intervento, l’ex ministro ha tuonato: “il nostro modello sono i centri d’aiuto alla vita, non le pillole abortive regalate per strada a chiunque”.
Così poche parole, così tante cose sbagliate.

La maternità è da sempre “croce e delizia” delle donne di tutti i tempi e di ogni parte del mondo. Croce perché la storia le ha relegate (e spesso ancora le relega) al ruolo esclusivo di genitrici, privandole della possibilità di occuparne di diversi, etichettando quelle che non riuscivano o non volevano avere figli come delle disgraziate, come angeli ribelli in un paradiso dove la norma doveva essere “donna = madre e basta”. Delizia perché le donne che vogliono e scelgono di diventare madri accettano questo ruolo con una dedizione infinita, bellissima ma spesso al limite del martirio, viste le difficoltà che devono affrontare, cose che paradossalmente spesso non riguardano anche i padri (nonostante, bisogna dirlo, un figlio si faccia IN DUE).

Le parole del ex ministro dell’Interno non solo insultano la libertà delle donne di scegliere il destino dei loro corpi, una libertà sacrosanta, ma allo stesso tempo proseguono la lunga tradizione della “caccia alle streghe” sul tema dell’interruzione di gravidanza.
L’aborto in Italia non è reato, se eseguito nei modi e nei tempi stabiliti dalla legge. E la pillola abortiva non viene “regalata per strada”. Nel nostro paese e in tutto il mondo sono morte milioni di donne, prima che l’interruzione di gravidanza fosse legale. Questa veniva praticata (e in alcuni paesi è ancora così) con ferri da calza e altri oggetti che provocavano emorragie letali o problemi di salute per tante (troppe) donne. La legge 194 ha impedito ad altre di fare la stessa orribile fine. Perché, no, le donne non vogliono e NON DEVONO per forza essere madri. Le donne che decidono di abortire non sono mostri ma semplici esseri umani che come tutti hanno il diritto di autodeterminarsi in quanto individui nella società in cui vivono.  

Le donne che scelgono la maternità devono essere allo stesso modo rispettate e aiutate. Lo Stato dovrebbe dare loro tutto quello di cui hanno bisogno per sostentare i loro figli, dovrebbe non costringerle a scegliere tra una carriera e il loro ruolo di madri, dovrebbe educare tutti alla parità di genere e al rispetto di chi assume su di sé, uomini e donne, l’immenso compito di educare una generazione futura (a questo proposito, trovate QUI la petizione lanciata da “Il giusto mezzo”, il gruppo di donne che ha avanzato la proposta di destinare il 50% dei fondi del “Next Generation EU”, in Italia meglio conosciuto come “Recovery Fund“, a politiche a favore dell’occupazione femminile, della lotta alla disparità di genere e della creazione di servizi sulla cura della persona, dall’infanzia alla terza età, ).

È molto facile fare politica, urlare slogan “in favore delle donne e della vita”, quando si è uomini. E soprattutto quando si vive in un paese dove il corpo delle donne è continuamente strumentalizzato e sessualizzato ma la sessualità femminile è un tabù. Non si parla di educazione sessuale nelle scuole e quella all’affettività non si sa nemmeno cosa sia. Però abortire non si può e non si deve fare. Perché? Perché lo ha deciso Matteo Salvini? L’ex ministro è mai stato una donna? Sa cosa significa esserlo oggi?

Un’opinione è tale quando non lede la libertà di chi la pensa diversamente e le parole pronunciate ieri sono l’ennesimo attacco a chi difende rispettosamente la propria. Essere prochoice non significa disprezzare la vita ma affermare il diritto all’aborto legale e sicuro e riconoscere che la maternità non può essere imposta a chi, per mille motivi, non può o non se la sente di portare avanti una gravidanza. E, allo stesso tempo, lottare affinché chi vuole essere madre lo sia senza incontrare enormi difficoltà sul proprio cammino.

Non è ancora ben chiaro come in un paese che si definisce civile queste due cose siano incompatibili.  

Eleonora Panseri

Regola numero uno del lockdown: non guardare vecchie serie tv

È di questi giorni la conferma dell’uscita di un sequel di Sex and the City, telefilm cult degli anni 2000: si chiamerà “And just like that…” e seguirà la vita di 3 delle quattro protagoniste della serie originaria.

Ora, qui scatta una grande domanda, e non si tratta di valutare se bannare Trump dai social media sia giusto o sia una lesione della libertà di espressione. La questione è: ci serve davvero l’ennesima serie fintamente femminista nel 2021? Non ho la soluzione universale al problema, ma di sicuro mi sono fatta un’idea, e da donna voglio condividere il mio rapporto di amore e (più recentemente) odio con questa serie per rispondere.

Ho 15 anni e sono iscritta al liceo Classico di una cittadina di provincia del Piemonte orientale che mi sta terribilmente stretta. Ho mille sogni nel cassetto e altrettante ambizioni rinchiuse nell’armadio. I fighetti vanno in giro con degli improbabili jeans Richmond con l’inequivocabile scritta RICH stampata sul sedere (non negatelo, è come la mutanda con l’elastico logato di Calvin Klein… l’abbiamo fatto tutt*.)

Il mio telefilm preferito è Sex and the City (non era ancora uscito Lost, non giudicatemi). Carrie Bradshaw, la protagonista, 30enne bionda magrissima, scrive un editoriale su “The New York Star” dove parla di sesso, cuori spezzati et similia, vive a Manhattan, ha più scarpe che fidanzati e va in giro con le stesse borse firmate che ogni tanto vedo anche nell’armadio di mia madre (e che puntualmente le rubo, scusa mamma).

Insomma il dream factor di questa serie colpisce e rapisce quell’adolescente un po’ superficiale e illusa che è in me.

Ho 31 anni, è un pomeriggio di metà novembre, affronto l’ennesimo momento di lockdown dell’anno e, tra lo scocciata e l’annoiata, accendo la tv. La rivelazione: su Sky Atlantic trovo Sex and the city, la serie completa. Emozionata, decido di iniziare una maratona della serie che ha segnato la mia adolescenza. Seleziono la prima puntata della prima serie e incomincio.

In un secondo torno nel 1998, il pilot esce il 6 giugno* ed è una serie rivoluzionaria perché per la prima volta sul piccolo schermo compare, signori e signori…la donna single! Anzi, ancora meglio.

La donna single indipendente, con un buon lavoro, che le permette addirittura di mantenersi da sola accumulando baguette di Fendi e vestiti disegnati da John Galliano. La donna single che in macchina da sola, allo sportello del drive-in, chiede “un cheeseburger, patatine grandi e un Cosmopolitan”. La donna single che osa addirittura parlare di sesso in modo disinibito, di uscire con un uomo una mezza sera, che se lo porta a letto e il mattino dopo lo restituisce al mondo, o dove l’ha trovato, dimenticandoselo per sempre. La donna che nella secolare diatriba “donna riproduttrice / produttrice” sceglie di ignorare gli istinti materni per dedicarsi alla carriera.

Tra l’altro Carrie Bradshaw è talmente moderna che lavora da casa (nel suo piccolo ma meraviglioso bilocale nel West Village, ça va sans dire) con quella bomba del suo Macbook, quando noi eravamo ancora i fedelissimi di quei pc squadrati, pesanti, brutti, di quell’orripilante grigio antracite ed è quindi antesignana dello “smartworky contiano”, passatemi il neologismo.

Ora, dimentichiamoci per un attimo di alcune incoerenze devastanti che riporterò con la stessa brutalità con cui gli autori ce le hanno sbattute in faccia all’epoca: Carrie scrive quattro righe al mese su un giornale, ma vive a Manhattan, compra scarpe da 400$ a paio (quattrocento dollari, nei primi anni 2000), frequenta locali e feste esclusive e concediamoglielo, ogni tanto ammette di avere il conto in rosso (guarda un po’!) ma continua imperterrita la sua vita scintillante, e beata lei!, mi permetto di aggiungere.

Torniamo a noi. Dicevamo: vent’anni fa è una serie innovativa. Oggi…no. Quindi il punto è: cosa non funziona oggi della serie e perché io, che mi sento fortissimamente donna, sento l’esigenza di condividere alcune questioni che mi hanno scosso.

Il problema fondamentalmente è a monte, ed è molto semplice: è scritta da un uomo, Darren Starr, e di conseguenza il punto di vista è maschile.

Le protagoniste sono tratteggiate secondo i soliti cliché: Carrie e le sue amiche sono quattro gnocche (scusate il francesismo) super perfette in tutto. Io sono una normalissima single che non cambia pettinatura ad ogni stagione (i miei capelli sono lunghi e spettinati dal 1989), che deve rinunciare all’ennesimo paio di scarpe firmate perché una persona che si mantiene da sola non si può permettere di vedere il conto in rosso, che apprezza anche le relazioni complicate per non annoiarsi troppo ma si stufa comunque di un uomo in 30 ore massimo, e che nonostante vada a correre per km da anni, inizia a intravedere i primi segni di cellulite.

Alle certezze granitiche che Carrie poeticamente scrive sul suo spazio media contrappongo insicurezze quotidiane e indovinate un po’? Neanche un terzo delle mie problematiche è dovuto agli uomini (come diceva Jay Z, “I got 99 problems but the man ain’t one”. No, forse non faceva così ma comunque…).

E ho tantissime amiche che stanno costruendo carriere grandiose senza l’aiuto di nessuno, che si risolvono i loro problemi da sole, rimboccandosi le maniche, e che vivono benissimo con o senza un uomo (pazzesco, no?). E farò nomi perché è arrivato il momento di supportarci e valorizzarci, sempre: Giulia, Sofia… forse non ve lo dico mai, mea culpa!, ma a voi va il mio più grande moto di stima.

Ma torniamo a Carrie e al suo mondo dorato. Non esiste ancora il movimento Me too, ma siamo nel 1998 (il 1968 è passato da trent’anni ma la situazione rimane questa), e la posizione sociale della donna ce la vuole raccontare…un uomo. Per citare Rebecca Solnit, che scrive meglio di me, sintetizzerei il tutto con…”gli uomini che spiegano le cose”. Con la prospettiva di oggi parleremmo di mansplaining, o il “minchiarimento” di murgiana memoria. Il Post lo definisce come “l’atteggiamento paternalistico di alcuni uomini (ma non solo) quando spiegano a una donna qualcosa di ovvio, oppure qualcosa di cui lei è esperta, perché pensano di saperne sempre e comunque più di lei oppure che lei non capisca davvero.” Qui l’articolo in cui se ne parla, e qui potete trovare un “bell’esempio” recente: il caso “Parrella-Augias” che ha coinvolto la scrittrice Valeria Parrella, Giorgio Zanchini e Corrado Augias. Gli ultimi due sono giornalisti, a mio parere, validi e indubbiamente competenti ma sulla questione femminista hanno fatto obiettivamente un fin troppo evidente scivolone. E, non senza una certa arroganza, in questi momenti dovremmo rispondere: “Scendi dal piedistallo, tu sei un uomo e, quindi, questa questione vorrei spiegartela io”. Visto che abbiamo subito il patriarcato per secoli, se una volta ogni tanto vi spieghiamo noi qualcosa, miei cari uomini, va bene così.

Il punto è: gli uomini possono parlare di femminismo? Si, certo. Devono. Vogliamo sapere il loro punto di vista. E abbiamo bisogno di uomini femministi. Ma devono abbandonare quell’atteggiamento saccente che si portano dietro dalla notte dei tempi, perchè sulla questione non ne sanno più di noi. Esempio pratico: io, donna bianca e privilegiata, dall’altro della mia fortuna, posso parlare di “Black Life Matters”? Probabilmente si e sinceramente mi sento in dovere di supportare questo movimento. Ma posso mai permettermi di spiegarlo ad una donna di colore che subisce il suo destino da millenni? Assolutamente no.

Un’altra tematica che ho sempre sottovalutato, ma questa volta non mi sono fatta sfuggire: il rapporto tra donne. La narrazione è fortemente stereotipata, per usare un eufemismo. Le 4 amiche si supportano tra loro, hanno un rapporto così perfetto che può esistere solo ed esclusivamente nella finzione cinematografica: il tipo di rapporto che forse alcune di noi vorrebbero avere con le loro amiche. Ma la cosa che mi colpisce di più (in negativo, sia chiaro) è la cattiveria con cui scagliano giudizi nei confronti delle altre donne, avvalorando quel tremendo cliché che vede le altre donne come le più temili nemiche delle donne. Se non fai parte del mio ristretto gruppo sociale, sei la nemica. Terribile.

E infine, quello che ha definitivamente distrutto il mito: la realtà è che, tra alti e bassi, cuori più o meno spezzati, relazioni più o meno lunghe e più o meno significative, tutte e quattro le protagoniste cercano, per ben sei stagioni e due film, il grande amore della loro vita e si sposano. Se questa cosa non vi ricorda niente, vi dico io con una parola sola che cosa ricorda a me. Patriarcato.

L’obiettivo della donna, anche se indipendente, è quello: accasarsi. Vogliamo veramente tutte solo questo? Il grande amore da sposare un giorno?

Tra l’altro Carrie, la super esperta di sentimenti, alla fine sceglie proprio lui, “Mr Big”, il gran figo che mette sempre davanti il suo lavoro a tutto il resto, quello che la prende e la lascia mille volte, quello che ogni tanto è così inebetito e indifferente che viene lasciato perché non ha neanche voglia di lasciare, quello che alla fine le chiede di sposarla e la abbandona all’altare senza nessuna ragione (se non quella narrativa di riempire due ore di film, voglio sperare).

E no, questa non è una relazione romantica, non è un amore struggente, M.r Big non è Heathcliff, e Carrie non è “una di noi“. Questo è proprio un messaggio sbagliato (del resto mi piace ricordarlo di nuovo, la serie l’ha ideata un uomo). E ragazze: se un uomo vi tratta così, per favore, non accettate questo tipo di comportamento. Il mio consiglio è di riportarlo dove molto probabilmente l’avete trovato: nel cassonetto del non riciclabile.

Ho passato l’adolescenza a sognare Carrie, le sue amiche, le sue gambe perfette, il suo guardaroba, la sua Saddle di Dior, il suo Mac, il suo lavoro, New York, i Cosmo, i taxi che si fermano con uno schiocco delle dita, i discorsi osé di Samantha, Mr. Big, Hayden, la fuga d’amore a Parigi…

Oggi a pensarci impallidisco. Sono sicura che, se la donna che sono diventata oggi avesse visto Sex and the city quindici anni fa, probabilmente avrebbe abbandonato tutto alla seconda puntata. Sicuramente chi sostiene la tesi secondo la quale questa serie sia femminista risponderebbe a qualsiasi mio commento con una frase del genere: “Ricordiamoci che è una serie del 1998.”

Vero. Ma vorrei comunque ribattere, e lo farò nel seguente modo.

1929, Virginia Woolf pubblica “Una stanza tutta per sé”.

Era femminista quando è stato pubblicato? Si.

Lo si può considerare tale anche oggi? SI.

1949, Simone de Beauvoir pubblica “Il secondo sesso”.

Era femminista allora? Si.

Lo è ancora oggi? SI.

Leggere per credere. Non capisco se la serie sia anacronistica, se siamo cambiate, se il mondo è diverso da 15 anni fa e la dinamica femminista negli ultimi anni si è fortunatamente evoluta. Forse, come canta Mia Martini “quando la moda cambia, la gente cambia”. E io, che sono indubbiamente cambiata, non sono più tanto sicura che una serie così faccia bene a noi donne. Quindi reiterare questi messaggi attraverso una serie sequel forse non è una scelta femminista. Anzi. E tu, mia cara Carrie Bradshaw, perdonami, ma sei esattamente il tipo di donna che io oggi non voglio essere.

*(una nota: in Italia, la nazione in cui si arriva sempre in ritardo su ogni cosa, va in onda il 10 marzo 2000, non ridiamo).

Estonia, Kaja Kallas prima donna a capo del Paese

Kaja Kallas può essere l’ultima ad unirsi all’appello di donne a capo dei governi del nord: dalla Scandinavia al Baltico, troviamo ben sei prime ministre su otto totali. Fanno eccezione solo Svezia e Lettonia.

Quarantatré anni, avvocata specializzata in antitrust e già a capo del partito riformista, nonché figlia dell’ex premier Sim Kallas, prenderà il posto del dimissionario Juri Ratas. A proposito della bufera sulla sospetta corruzione del governo ha detto: «Chiunque sia coinvolto in questo scandalo deve pagare le conseguenze – e ha proseguito – siamo in una fase di emergenza per la pandemia e abbiamo bisogno di un governo attivo in grado di prendere decisioni».

Chiara Barison

Capitol Hill, le donne che si oppongono a Donald Trump

Durante l’assalto a Capitol Hill la partecipazione femminile è stata nutrita. Nonostante la tutt’altro che segreta misoginia di Donald Trump, ci sono donne che hanno sostenuto e continuano a sostenere il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Ma dopo i fatti del 6 gennaio non sono mancate le voci di quante si sono mostrate apertamente contrarie alla politica del tycoon sin dai tempi della campagna elettorale e, a sorpresa, anche di coloro che hanno fatto parte del suo entourage e partecipato attivamente al suo esecutivo.

Tra le prime ad aver espresso con decisione il proprio dissenso, c’è la presidentessa della camera dei rappresentanti degli Stati Uniti d’America, Nancy Pelosi. Durante l’attacco ha richiesto l’intervento della Guardia Nazionale e subito dopo l’attacco ha invocato il 25esimo emendamento della Costituzione americana che consentirebbe al vicepresidente, Mike Pence, e alla maggioranza dei membri del governo di rimuovere il presidente se per qualche ragione non fosse più in grado di ricoprire il proprio ruolo. Pence assumerebbe così a tutti gli effetti il ruolo di presidente nei pochi giorni che restano prima dell’effettiva entrata in carica di Joe Biden. Non è la prima volta che Pelosi contesta l’operato di Trump. Già qualche tempo, a settembre del 2019, la procedura di impeachment era stata avviata dalla presidentessa a seguito

A favore della rimozione si sono espresse anche le due deputate Ilhan Omar e Alexandria Ocasio-Cortez. Omar la sera stessa della violenta incursione all’interno del Campidoglio ha scritto un lungo tweet, sostenendo l’idea che la rimozione del presidente sia necessaria per “preservare la repubblica” e per “rispettare il nostro giuramento”. Ocasio-Cortez è stata decisamente più sintetica: “Impeach”.

Un fatto così grave non ha scosso solamente le avversarie di “The Donald”.
“I disordini mi hanno profondamente turbato” ha dichiarato Elaine Chao, l’ormai ex ministra dei Trasporti. Seguita da Betsy DeVos, tra i più strenui difensori dell’operato del presidente e ministra dell’Istruzione dimissionaria. Nella lettera con cui ha lasciato il suo incarico, ha duramente criticato quanto accaduto, definendo “inconcepibili” le azioni dei sostenitori di Trump e ha indicato come indubbia causa scatenante dei fatti la retorica aggressiva del presidente uscente. E la senatrice repubblicana Lisa Murkowski, intervistata dall’Anchorage Daily News e dall’Alaska Public Media, non ha usato mezzi termini: “”Non posso più tacere, voglio che Trump si dimetta. Lo voglio fuori. Ha causato abbastanza danni”.

A queste si aggiungono Stephanie Grisham, capo dello staff di Melania Trump, Rickie Niceta, segretaria della First Lady Melania Trump per gli affari sociali, e Sarah Matthews, vice addetta stampa di “The Donald”, definitasi “profondamente turbata da ciò che ho visto oggi”, che hanno deciso di abbandonare i propri ruoli per prendere le distanze da quanto successo.

Nel 1920 le donne americane hanno ottenuto il diritto di votare i propri rappresentanti e nel 2020 una donna, Kamala Harris, è stata eletta vicepresidente per la prima volta nella storia degli Stati Uniti. In 100 anni sono stati raggiunti tanti traguardi e, anche se la strada per raggiungere la parità è ancora lunga, di sicuro le donne non hanno più paura di dire forte e chiaro “I dissent”. E non sono disposte ad accettare un “No, you can’t” come risposta.

Eleonora Panseri

Questo articolo si inserisce in un progetto condiviso con i colleghi della scuola Walter Tobagi di Milanoqui trovate tutte le riflessioni ispirate dall’assalto di Capitol Hill.

Capitol Hill, le donne radicali e violente di Trump

Che Donald Trump amasse le donne lo sapevamo già: appassionato di concorsi di bellezza, è stato sposato tre volte, per un totale di cinque figli. Che sia un buon marito invece è tutto da vedere.

Anche prima di arrivare alla Casa Bianca, il tycoon non ha mai perso occasione di bersagliare le donne: offensivo, allusivo, inneggiante allo stupro.

Eppure loro stesse non hanno mai smesso di sostenerlo: alle elezioni del 2016 prima, per sventare l’impeachment poi, durante l’assalto di Capitol Hill alla fine (sarà davvero la fine?).

Durante l’assalto del 6 gennaio la partecipazione delle donne non è stata marginale. Sebbene i Proud Boys, uno dei principali gruppi di estrema destra che sostengono Trump, sia composto esclusivamente da uomini, la risposta femminile non è stata da meno. Le registe dei tafferugli sarebbero infatti le fondatrici del movimento “Women for America first”, Kylie Jane Kremer e sua madre Amy. Proprio quest’ultima è una repubblicana ultra conservatrice di ferro, attivista e esponente di punta del gruppo “Tea Party” dal 2009.

Per non farsi mancare nulla, nel 2020 hanno deciso di dare vita al gruppo Facebook “Stop the steal”, convinte che i brogli elettorali a danno di Trump siano realtà, poi chiuso dalla stessa piattaforma perché accusato di diffondere informazioni false e fuorvianti. Ma la perseveranza di Kylie l’ha portata a riaprire lo stesso gruppo su Twitter, e sarebbe proprio qui che è stata organizzata la marcia verso la sede del Congresso Usa. Ad una prima analisi, lei e la madre non avrebbero partecipato materialmente agli scontri, ma è opera di Kilye il video del discorso che circola in rete in cui Trump istiga la folla.

E poi c’è QAnon, la teoria del complotto di estrema destra. Il leader più rappresentativo è sicuramente Jake Angeli (al secolo Jacob Anthony Chasley), sciamano dal copricapo di pelliccia e le corna vichinghe. Però, inaspettatamente, la maggioranza dei seguaci del gruppo è donna. Una delle cinque vittime dell’assalto infatti è Ashli Elizabeth Babbitt, veterana dell’Air Force e adepta di QAnon. L’altra è Rosanne Boyland. Erano entrambe giovani, entrambe convinte che il mondo sia governato da una cricca di pericolosi pedofili ostacolati unicamente dall’ex re dei concorsi di bellezza.

Molti degli atti di violenza perpetrati in nome di QAnon hanno una firma femminile: a maggio Jessica Prim è stata arrestata per aver trasmesso in diretta social la sua spedizione verso New York per rimuovere Biden, il tutto in possesso di decine di coltelli. Poco più tardi, ad agosto, in Texas un’altra sostenitrice di QAnon è stata accusata di aver aggredito delle persone che credeva coinvolte nel rapimento di un bambino.

Ma perchè QAnon ha così presa sulla psiche femminile? Per parlare del valore delle donne si fa sempre riferimento alla loro innata capacità di essere empatiche, materne e comprensive con tutti. Doti che da un lato possono incrementare le capacità di leadership, dall’altro portare a gesti estremi. Come lo Stato Islamico, QAnon ha capito che per coinvolgere le donne e renderle pericolose è necessario fare leva sul loro altruismo e sull’istinto protettivo nei confronti degli indifesi.

Quindi, se il motto “salviamo la razza bianca” ha più effetto su maschi giovani e disillusi dalla realtà, “salviamo i bambini dai pedofili e dal traffico di esseri umani” ha un impatto fortissimo sulle donne.

Gli stereotipi che aleggiano intorno alla donna radicalizzata possono essere molto pericolosi. Infatti, ha molte meno probabilità di essere arrestata nel corso di una manifestazione violenta proprio perché la si ritiene meno convincente in “vesti militari”. Tutto questo per dire che sì, le donne sono più impressionabili se si parla di reati a danno dei bambini, ma no, non sono mediamente più buone ed equilibrate degli uomini. La crudeltà è una questione di potere e, fino ad ora, è stato sempre in mano maschile.

Se volete scoprire chi sono le donne che hanno contrastato Trump cliccate qui!

Chiara Barison

Questo articolo si inserisce in un progetto condiviso con i colleghi della scuola Walter Tobagi di Milano, qui trovate tutte le riflessioni ispirate dall’assalto di Capitol Hill.

Non uno stigma, non un lusso e nemmeno una scelta: parliamo di mestruazioni

Regolare o irregolare, lungo o breve, con flusso abbondante o scarso, preciso come un orologio svizzero o in preoccupante ritardo: il ciclo mestruale può avere più d’una di queste caratteristiche e nell’arco di 40 anni, una donna avrà circa 520 cicli. Fino all’arrivo della menopausa, una volta al mese, dovrà dare il benvenuto alle non sempre gradite (dipende dai casi) mestruazioni, che l’accompagneranno per diversi giorni. Si tratta, in primis, di un evento fisiologico, una cosa naturale, un “fenomeno ciclico, tipico delle femmine dei mammiferi placentali”, per usare una definizione più “tecnica”. Ma per molte donne queste sono una seccatura non indifferente, principalmente per due ragioni.

La prima è lo stigma che lo circonda. Fateci caso, difficilmente questo viene chiamato con il proprio nome: dal classico “sei diventata una signorina!” agli irritanti “ma hai le tue cose?!?” e “per caso, sei “indisposta”?”, il termine “mestruazioni” sembra essere una cosa che ad alta voce non si può dire. È capitato a tante donne, almeno una volta nella vita, di trovarsi sprovviste di assorbente al primo giorno di ciclo ed essere costrette a chiederlo ad amiche e conoscenti (anche a sconosciute, se la situazione lo richiede!). Quante hanno mantenuto e mantengono un tono di voce normale nel formulare questa richiesta? Quelle che possono rispondere affermativamente alla domanda sono davvero poche. Perché?
Nella maggior parte dei casi, per non incorrere nella derisione o nel disgusto di una buona parte della controparte maschile che costringe le donne a vivere questo naturale momento della vita come qualcosa di imbarazzante o sconveniente per mancanza di attenzione e sensibilità riguardo l’argomento. Dal menarca alla menopausa, il terrore di macchiare in pubblico vestiti o superfici su cui si è sedute è costante per tutta la durata delle mestruazioni. Perché non basta l’aver macchiato, a volte irrimediabilmente, un bel paio di pantaloni ma a questo bisogna aggiungere le occhiate o, peggio, le battute di amici e conoscenti.
Purtroppo, non si tratta di casi isolati ma di una mentalità che interessa tutta la società. Nel 2015 Rupi Kaur, giovane poetessa, scrittrice e illustratrice canadese di origine indiana, si è vista cancellare una delle foto pubblicate sul suo profilo Instagram perché questa violava le linee guida del social. La ragazza era semplicemente ritratta sdraiata e di spalle, con i pantaloni e le lenzuola del letto macchiate di sangue mestruale. Una foto censurata perché ancora oggi le mestruazioni vanno tenute nascoste, come se fossero una sorta di colpa, qualcosa di cui vergognarsi quando, in realtà, potrebbero essere considerate come un malanno stagionale o una gravidanza, a parità di “naturalità”. Ma perché, se quando una donna è incinta lo si grida ai quattro venti, è invece così strano e assurdo parlare liberamente di e avere le mestruazioni?

Il secondo punto che rende problematica la convivenza con queste “simpatiche” amiche è la questione “Tampon Tax, ovvero la tassazione sui prodotti per l’igiene intima femminile. Sono all’incirca 12.000 gli assorbenti che una donna consuma nell’arco della propria vita. E questa spenderà all’anno mediamente 126 euro, visto che il prezzo per una confezione si aggira intorno ai 4 euro. Di questi, 22,88 andranno allo Stato come imposta sul valore aggiunto perché nel nostro paese questo tipo di prodotti non sono considerati un bene di prima necessità e vengono tassati con un’aliquota al 22%, alla stessa stregua di beni di lusso, bevande, abbigliamento, prodotti di tecnologia o per la casa e automobili. A stabilire la classificazione dei prodotti in commercio in Italia suddivisa per fasce di imposta è un decreto del Presidente della Repubblica del 1972: tra i beni con un’Iva inferiore al 10%, e quindi considerati necessari, ci sono carne, birra, cioccolato, tartufo, merendine, francobolli da collezione, oggetti di antiquariato. Basilico e rosmarino sono tassati al 5%; latte e ortaggi, occhiali o protesi per l’udito al 4%, insieme con volantini e manifesti elettorali. Una domanda sorge spontanea: se le mestruazioni sono qualcosa di inevitabile, può una donna fare a meno degli assorbenti?
In Italia, secondo i dati Istat sulla povertà del 2019, “sono quasi 1,7 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta con una incidenza pari al 6,4% (7,0% nel 2018), per un numero complessivo di quasi 4,6 milioni di individui (7,7% del totale, 8,4% nel 2018)”. Ciò significa che mantenere le tasse sugli assorbenti così alte è qualcosa di profondamente ingiusto, una pratica che incentiva la cosiddetta “period poverty” ed è lesiva del diritto alla salute delle donne che faticano ad affrontare le spese per il loro sostentamento, per le quali gli assorbenti non possono e non devono essere un lusso.

In Europa sono diversi i paesi virtuosi in materia di “Tampon Tax“: nel primo mese del 2021 il Regno Unito ha rinunciato alla tassa sugli assorbenti, unendosi all’Irlanda e alla Scozia che durante l’anno appena conclusosi ha deciso di rendere universale e gratuito l’accesso ai prodotti per l’igiene intima femminile.
In Italia sono molte le associazioni che tentano di sensibilizzare sul tema, anche attraverso i social network. “No Tampon Tax Italia“, per esempio, si occupa interamente di questo argomento (su Instagram e su Facebook) e qualche anno fa l’associazione “Onde Rosa“, insieme a “Weworld”, ha lanciato una petizione, “Stop Tampon Tax, il ciclo non è un lusso!” che ad oggi conta quasi 500.000 firme (fai la cosa giusta, clicca qui e firmala anche tu ;)). Le associazioni studentesche dell’Università La Statale di Milano sono riuscite, per la prima volta in Italia, a far installare distributori di assorbenti a prezzi calmierati (20 centesimi l’uno) all’interno delle sedi di città Studi, via Festa del Perdono e via Conservatorio.
In più, dal novembre 2019, l’Iva è stata ridotta al 5% sugli assorbenti biodegradabili e compostabili. Tuttavia, questi rappresentano solo l’1% dei prodotti in commercio e sono poche le donne che vi fanno ricorso.

Nei primi giorni del mese di gennaio in Italia ha visto la luce la nuova legge di bilancio nella quale la tassazione sugli assorbenti è rimasta purtroppo invariata.
Si può continuare a fare finta che il problema non esista? O che per le donne le mestruazioni siano una scelta?
La risposta è soltanto una: assolutamente no.

Eleonora Panseri

*Per saperne di più sull’argomento:
Dataroom di Milena Gabanelli: “Il tartufo è un bene primario, gli assorbenti no“;
European Data Journalism Network: “Iva sugli assorbenti femminili: la metà dei Paesi Ue li tratta al pari di sigarette e alcolici”;
Qualcosa di Buono:Assorbenti a basso costo alla Statale di Milano: quand’è che aboliamo la Tampon Tax?

Il lungo cammino verso l’uguaglianza e le conquiste del 2020

Il 2020 è stato un anno a dir poco impegnativo per tutti, ma lo è stato in particolar modo per le donne, penalizzate maggiormente dagli effetti negativi della pandemia: sono state la categoria più colpita (insieme ai giovani) dalla perdita occupazionale e, contemporaneamente, le più soggette a un aumento del lavoro domestico e di cura non retribuito. Inoltre, è purtroppo noto come la maggiore permanenza in casa abbia esposto le donne a un aumento della violenza domestica, mentre l’accesso all’aborto e più in generale alla cura della salute sessuale e riproduttiva si è ulteriormente complicato.

In effetti, il quadro presentato dal World’s Women 2020, il report annuale dell’Onu sulla condizione femminile e sulla parità di genere nel mondo, non è per niente roseo: siamo ancora molto lontani dall’uguaglianza e dagli obiettivi stabiliti dalla Dichiarazione di Beijing di 25 anni fa, ulteriormente minacciati dall’impatto della pandemia di Covid-19. Ma qualche buona notizia c’è: non solo la partecipazione delle donne all’istruzione è in continuo aumento in tutto il mondo, ma quando le donne hanno l’opportunità di studiare presentano un miglior rendimento scolastico rispetto agli uomini e proseguono gli studi fino ai più alti livelli di educazione. In più, la rappresentanza delle donne in parlamento è più che raddoppiata a livello globale, raggiungendo il 25% dei seggi nel 2020, e ora ci sono 20 Paesi con una donna capo di stato o di governo, rispetto ai 12 del 1995.

Questo è stato un anno particolarmente vittorioso dal punto di vista degli incarichi istituzionali e non: molti settori, spaziando dalla politica allo sport, hanno visto accedere le donne a ruoli e posizioni di potere rimaste finora esclusivo appannaggio degli uomini. Impossibile non nominare in primis Kamala Harris, che si accinge a diventare la prima vicepresidente donna e afroamericana degli Stati Uniti e che fa da apripista a una squadra, quella amministrativa di Joe Biden, che batte tutti i record di rappresentanza politica femminile (e di minoranze etniche), con l’intenzione dichiarata di rispecchiare fedelmente il Paese in tutta la sua eterogeneità. L’intero staff addetto alla comunicazione, per esempio, è composto da donne, mentre Janet Yellen e Avril Haines saranno le prime donne a capo di due dei dipartimenti più rilevanti dell’amministrazione americana, rispettivamente ministro del Tesoro e direttrice dell’Intelligence nazionale.

In Belgio (e in Europa), invece, Petra de Sutter è stata la prima donna transgender a essere eletta vice primo ministro e ministro della Pubblica Amministrazione. E anche l’Italia, nel suo piccolo, qualche soddisfazione ce l’ha data: dalla prima rettrice dell’Università di Roma La Sapienza, Antonella Polimeni, passando per Francesca Nanni, prima procuratrice generale di Milano, fino a Sara Gama, eletta vicepresidente dell’Associazione italiana calciatori.  

In ambito legislativo, poi, ci sono stati alcuni importanti provvedimenti: l’anno è iniziato con la decisione della Scozia di garantire un accesso universale e gratuito agli assorbenti, estendendo una misura già in atto da tempo per tutte le studentesse. È proseguito, a maggio 2020, con il Sudan che ha vietato le mutilazioni genitali femminili, pratica tristemente diffusa e radicata nel Paese, come in almeno altri 27 Paesi africani e in parti dell’Asia e del Medio Oriente, nonostante sia spesso formalmente vietata dalla legge. Ed è finito, a dicembre, con l’approvazione da parte del Parlamento danese di una nuova e storica “legge sul consenso“, che giudicherà come stupro ogni rapporto sessuale in cui una delle persone coinvolte non abbia dato il proprio esplicito consenso, superando il modello (vigente in Italia) secondo il quale si considerano stupri solo i rapporti sessuali perpetuati attraverso violenza, minacce e costrizione. Anche in Medio Oriente si è smosso qualcosa: l’Arabia Saudita e la Palestina hanno proibito i matrimoni infantili (che nella maggior parte dei casi vedono protagoniste proprio le bambine), imponendo un’età minima di 18 anni.

Ma i progressi più significativi sono quelli riguardanti le legislazioni che regolano l’aborto, ancora illegale o parzialmente illegale in più di due terzi dei Paesi del mondo – e molto spesso, seppur consentito, ostacolato -. A marzo la Nuova Zelanda ha depenalizzato l’aborto e, nello stesso periodo, dall’altra parte del mondo, è entrato in vigore il Northern Ireland Act 2019, che prevede l’estensione all’Irlanda del Nord di alcuni diritti civili già in vigore nel Regno Unito, tra cui appunto l’interruzione volontaria di gravidanza. Da agosto, in Italia, l’assunzione della pillola abortiva RU486 non prevede più un ricovero di tre giorni e può essere somministrata in ambulatorio o nei consultori entro nove settimane, invece che sette (questo almeno in teoria, dal momento che le nuove linee di indirizzo hanno incontrato l’indifferenza o la resistenza di molti governi regionali).

In Polonia il governo di estrema destra, che da anni tenta di introdurre restrizioni al diritto all’aborto, già fortemente limitato, ha fatto un altro buco nell’acqua: a fine ottobre, il Tribunale costituzionale aveva emesso una sentenza per eliminare la possibilità di interrompere la gravidanza in caso di grave malformazione del feto, motivo per il quale vengono praticate il 90% delle procedure abortive nel Paese. Le proteste sono state talmente estese e partecipate che la sentenza ancora non è stata convertita in legge. Dulcis in fundo, il 30 dicembre 2020 in Argentina è stato completamente depenalizzato e legalizzato l’aborto, finora consentito solo in caso di stupro o di pericolo per la salute della donna, ma di fatto ostacolato in tutti i modi. Sebbene sia stato necessario introdurre l’obiezione di coscienza per far sì che la proposta passasse in Senato, la legge rappresenta un traguardo incalcolabile per tutte le donne argentine e per la Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito, movimento femminista che ha presentato la richiesta 13 volte in 15 anni.

Ciò che è fondamentale sottolineare è il ruolo essenziale dei movimenti femministi nel raggiungimento di questi risultati: prorompenti e instancabili hanno rivendicato le loro battaglie e il loro valore, rendendosi protagonisti non solo delle loro lotte personali (vedi appunto l’Argentina, la Polonia, e poi la Turchia, l’Iran, il Brasile), ma dominando e guidando anche la scena delle manifestazioni antigovernative di mezzo mondo. Le donne sono in prima linea nelle proteste contro il regime di Lukashenko in Bielorussia, reclamano il loro diritto all’autodeterminazione nell’ambito delle rivendicazioni democratiche dei thailandesi contro il governo autoritario del generale Prayuth Chan-o-cha e sono donne le leader del movimento antirazzista americano Black Lives Matter, alla guida delle proteste che hanno scosso l’America in seguito all’uccisione di George Floyd da parte della polizia a maggio. Inoltre, in seguito alle grosse manifestazioni che hanno attraversato il Cile tra il 2019 e il 2020, in cui la presenza femminile è stata determinante, i cittadini cileni hanno ottenuto l’abolizione dell’attuale Costituzione, che verrà riscritta da donne e uomini, garantendo la parità di genere.

Il 2020, nonostante la pandemia, è stato un anno di fuoco. Una cosa è chiara: le donne di tutto il mondo sono stanche di essere considerate cittadine di serie B, sono stanche di dover dimostrare quanto un loro ruolo attivo e non subordinato nella società sia necessario e imprescindibile per la sua crescita e il suo benessere, sono stanche di dover dimostrare giorno dopo giorno quanto valgono. Ma per quanto siano stufe, non sono più disposte a lasciar correre: l’insostenibilità della loro condizione non fa che alimentare la rabbia, la forza e la sensazione di urgenza della loro missione. Le donne non sono più disposte ad aspettare né a indietreggiare, nemmeno di un centimetro.

Michela Morsa

Per un’altra dose di buone notizie: 20 buone notizie del 2020

Le donne che hanno lasciato il segno nel 2020

Un anno sicuramente buio, quello che sta per concludersi, in cui però la luce delle donne non ha smesso di brillare. D’altronde, le stelle risplendono meglio nella completa oscurità. Ecco un elenco, non esaustivo e senza pretese, per ricordavi alcune tra le personalità femminili che secondo noi hanno fatto la differenza nei 366 giorni più interminabili del secolo.

Dopo mesi segnati dalla pandemia non possiamo non iniziare con le donne che si sono distinte in campo scientifico.

Le ricercatrici dell’Istituto Spallanzani di Roma, Marta Branca, Maria Rosaria Capobianchi e Francesca Colavita, le prime ad isolare il virus Covid-19 in Italia. Incarnano alla perfezione l’importanza del lavoro di squadra e l’efficacia della competenza femminile.

È anche grazie al loro lavoro se Ozlem Tureci ha potuto sviluppare il primo vaccino approvato dall’Ema. Di origini turche ma nata in Germania, è medico e co-fondatrice insieme al marito della BioNTech. Al centro dei suoi interessi c’è anche lo sviluppo di un vaccino contro il cancro, al quale lavora da almeno un decennio.

Tornando un po’ indietro, tutto ciò che sappiamo sulla gestione cinese del virus lo dobbiamo a Zhang Zhan. Ex avvocata, con lo scoppio della pandemia non ha esitato ad imbracciare la telecamera per documentare la condizione in cui versavano gli ospedali di Wuhan, la città ritenuta l’epicentro della diffusione pandemica. Accusata di aver “provocato litigi e problemi”, è stata condannata a quattro anni di carcere dopo un’udienza lampo. L’ingiustizia non ha piegato la sua volontà: poco dopo il suo arresto, avvenuto a maggio, ha iniziato uno sciopero della fame.

Sempre in tema pandemia, ricordiamo Jacinda Adern e Sanna Marin: rispettivamente prima ministra neo zelandese e finlandese, sono entrate nella storia anche per essersi distinte nella gestione dell’emergenza sanitaria. Entrambe hanno fatto della parità di genere il pilastro sul quale fondare la loro politica.

A proposito di politica, come non ricordare Kamala Harris. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti d’America la carica di vicepresidente sarà ricoperta da una donna. E il discorso pronunciato dopo la vittoria ci fa ben sperare sul suo operato: «Sebbene io sia la prima a ricoprire questo incarico, non sarò l’ultima. Penso a intere generazioni di donne che hanno battuto la strada per questo preciso momento. Penso alle donne che hanno combattuto e sacrificato così tanto per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia per tutti, comprese le donne afroamericane, spesso trascurate ma che dimostrano di essere la spina dorsale della nostra democrazia».

Nell’agone politico si è fatta avanti anche Svetlana Tikhanoskaya, insieme alle colleghe Veronika Tsepkalo e Maria Kolesnikova. Quando i mariti di Tikhanoskaya e Tsepkalo, candidati alle elezioni presidenziali in Bielorussia, sono stati il primo arrestato e il secondo costretto a lasciare il paese, queste tre grandi donne si sono unite contro Alexander Lukashenko, presidente uscente dell'”ultima dittatura d’Europa”. Hanno ottenuto un consenso inaspettato e, quando è stato comunicato il risultato delle elezioni, apparentemente vinte da Lukashenko, i loro sostenitori sono scesi in piazza, insieme al resto dell’opposizione, per protestare. Davanti al rifiuto del presidente di accettare la sconfitta, l’UE non ha riconosciuto il nuovo presidente. Anche se Tikhanoskaya è stata costretta all’esilio in Lituania e Kolsnikova è stata arrestata, il loro coraggio rimane un esempio.

Così come ci siano d’esempio le donne che hanno sacrificato la vita in nome della libertà. La prima è Helin Bölek, attivista e cantante turca di 28 anni. Se n’è andata ad aprile dopo 288 giorni di sciopero della fame. Protestava per denunciare la persecuzione politica in Turchia e il veto posto dal governo sui concerti del gruppo musicale al quale apparteneva. Infatti, dal 2016 le esibizioni del “Grup Yorum” erano state proibite.

E poi c’è Ebru Timtik, avvocata turca che lottava per l’equo processo. Anche lei ha scelto lo sciopero della fame. Anche la sua voce è rimasta inascoltata, fino alla morte in un carcere di Istanbul. Era stata arrestata 18 mesi prima con l’accusa di legami con il Fronte Rivoluzionario della liberazione popolare (Dhkp), un gruppo considerato terroristico da Ankara.

«Il posto delle donne è là dove si prendono le decisioni», anche Ruth Bader Ginsburg non è più tra noi, ma ci ha salutati dopo 87 anni vissuti da combattente. Nota per essere stata giudice della Corte Suprema statunitense per 27 anni, è considerata un’icona della lotta per i diritti civili. La sua sensibilità, progressista e moderata allo stesso tempo, le ha permesso di firmare storiche decisioni in tema di parità di genere e aborto. Pioniera fino alla fine, prima donna e prima persona di fede ebraica la cui camera ardente sia stata allestita al Campidoglio (sede del Congresso degli Stati Uniti d’America).

Il Premio Nobel per la Letteratura 2020 è stato assegnato a Louise Elisabeth Glück, poetessa americana. Nel ’93 già vincitrice del prestigioso Premio Pulitzer con la raccolta “L’Iris selvatico” (“The Wild Iris“), ha ricevuto il Nobel per «la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale».

Quest’anno le donne hanno raggiunto importanti risultati anche nel mondo del calcio, uno sport spesso ritenuto appannaggio esclusivo degli uomini. I primi (ma non unici) due nomi che ci vengono in mente sono quello della campionessa nostrana Sara Gama e dell’arbitra Stéphanie Frappart. La prima, 31 anni, madre triestina e padre congolese, capitana della Juventus e della Nazionale femminili, già consigliera della Figcil dal 2018, il 30 novembre 2020 è stata eletta vicepresidente dell’Associazione italiana calciatori. Una decisione storica: non era mai successo che una donna ricoprisse questo ruolo. La seconda, 36 anni e una carriera incredibile, è stata la prima donna arbitro ad aver diretto una partita di Champions League, Juventus-Dinamo Kiev, il 2 dicembre scorso.

A proposito di “prime volte” nostrane, dal 1 dicembre la professoressa Antonella Polimeni è la prima rettrice dell’università di Roma la Sapienza, la più grande università d’Europa, in 717 anni della sua storia. E Margherita Cassano a luglio è stata eletta all’unanimità presidente aggiunta della Cassazione, riuscendo ad arrivare lì dove nessun’altra era riuscita.

Chiudiamo con la speranza per il futuro. Per il “Time” è una scienziata di 15 anni. Gitanjali Rao è la prima “Kid of the year” della storia. Inventrice di un dispositivo per rilevare la presenza di piombo nell’acqua e di un’app che individua episodi di cyberbullismo, ha detto: «Il mio obiettivo non è solo inventare qualcosa per risolvere problemi, ma anche essere da esempio per gli altri. Se io lo posso fare, tu lo puoi fare».

Chiara Barison ed Eleonora Panseri

Covid, se la casa diventa una trappola

Uccisa una donna ogni tre giorni. Questo quanto emerge dai dati Eures per i primi 10 mesi dell’anno. 91 le donne uccise per mano di un uomo. I numeri parlano di una diminuzione dei reati spia (atti persecutori, maltrattamenti, violenza sessuale) ma si tratta di uno specchietto per le allodole. Le denunce sono meno perché la paura nelle donne è stata intensificata dal fatto di essere sempre a stretto contatto con il proprio aguzzino. Infatti, sono cresciute esponenzialmente le richieste di aiuto al numero verde 1522, il centralino del Dipartimento Pari opportunità. Violenze vecchie e nuove. La convivenza forzata ha fatto emergere atteggiamenti latenti mai dimostrati prima: dal controllo del cellulare che provoca lo schiaffo, al rifiuto che innesca la violenza sessuale.

E poi i nomi. Eccone alcuni:

Lorena Quaranta aveva 27 anni e studiava medicina per realizzare il suo sogno, curare i bambini. Per lei la laurea è arrivata solo post mortem: accusata di averlo contagiato, è stata strangolata dal suo convivente e fidanzato. Lui ha poi tentato di togliersi la vita.

Lucia Caiazza, 52 anni, uccisa dai calci sferrati al suo addome dal compagno. Non ha mai denunciato i maltrattamenti che subiva da tempo.

Barbara Gargano è stata uccisa insieme ai figli di 2 anni all’alba di una mattina come le altre. La sua colpa? Voleva il divorzio.

Tra le vittime includerei anche Evan, 21 mesi, ucciso prima che dalla violenza dall’indifferenza e dal degrado. Sotto accusa c’è il compagno della madre che, oltre a maltrattare lei, non poteva proprio sopportare i capricci del piccolo.

Potrei andare avanti per ore. Le storie in fondo si somigliano tutte. Altro che virus, in questo caso nessun vaccino all’orizzonte.

Chiara Barison

Lavoro, differenze di genere e pandemia

In un suo famoso testo, pubblicato per la prima volta il 24 ottobre 1929, la scrittrice Virginia Woolf immagina come sarebbe stata la vita di Judith, fittizia sorella di Shakespeare, altrettanto talentuosa e desiderosa di seguire la sua vocazione letteraria (lo abbiamo fatto anche noi pensando ad una versione femminile di Maradona). Il saggio, che si intitola “Una stanza tutta per sé”, è una lucida riflessione sul collegamento tra libertà intellettuale e mancanza di indipendenza economica per un genere, quello femminile, incluso nel mondo del lavoro con estrema lentezza ed enormi difficoltà.
Indipendenza economica che, a lungo negata e faticosamente conquistata, per molte oggi rischia di essere rimessa in discussione a causa della pandemia.

Secondo gli ultimi dati di Un Women, agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di emancipazione femminile, la pandemia di Covid-19 quest’anno “potrebbe spazzare via 25 anni di passi avanti nel campo dell’uguaglianza di genere”.
Essendo impiegate principalmente nel settore dei servizi, che a causa del virus ha dovuto ridimensionare o interrompere molte delle sue attività, come la ristorazione e il turismo o la moda, le donne sono quelle che hanno pagato e continuano a pagare il prezzo più alto. In Italia, l’Istat conta 470mila occupate in meno nel secondo trimestre del 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e attesta il tasso di occupazione femminile fra i 15 e i 64 anni intorno al 48,4%, contro il 66,6% di quello maschile. Negli Stati Uniti, secondo i dati del National Women’s Law Center, sono 2,2 milioni le donne che hanno perso il lavoro e almeno una donna su quattro sta valutando la possibilità di ridimensionare o abbandonare la propria carriera.

Questo perché?
Principalmente per due motivi.

Il primo è legato ad una concezione del lavoro femminile. Il “gender pay gap”, ovvero la differenza che esiste tra gli stipendi che ricevono gli uomini e le donne a parità di mansioni, porta a percepire il lavoro femminile come non essenziale nell’economia familiare. Infatti, secondo uno studio europeo, nel 2019 le donne hanno guadagnato l’11.7% in meno all’ora rispetto agli uomini. In più, i primi tagli operati dalle aziende hanno risparmiato i contratti a tempo indeterminato, spesso rivolti più agli uomini che alle donne. Molte infatti sono assunte part-time, contratti decisamente meno remunerativi ma più comodi per gestire altri impegni.


E questo ci porta a parlare dell’altro annoso problema emerso durante questa pandemia, quello del lavoro non retribuito. Se già prima dell’arrivo del virus, le donne contavano circa tre quarti dei 16 miliardi di ore di lavoro non remunerato svolte ogni giorno in tutto il mondo (cura della casa, dei figli, degli anziani della famiglia, …), adesso, come illustrano le Nazioni Unite nel loro studio, quella cifra è diventata ancora più alta. La vicedirettrice esecutiva di UN Women, Anita Bhatia ha dichiarato in un’intervista rilasciata alla BBC che esiste il ““rischio reale di tornare agli stereotipi di genere degli anni ‘50”.


Per non parlare dell’impatto che tutto questo ha sulla salute mentale delle donne. Secondo uno studio che ne ha coinvolte 10 milioni provenienti da ogni parte del mondo, i problemi di salute mentale legati alle conseguenze della pandemia hanno riguardato il 27% delle donne, a fronte del 10% degli uomini.

Il tema comunque non è passato inosservato. Se n’è parlato molto sui giornali e tanti Paesi hanno fatto dichiarazioni in merito, promettendo di impegnarsi per risolvere questo problema.
L’indipendenza economica per le donne è stata e continua ad essere un passo importante verso l’emancipazione da un genere maschile che le ha spesso considerate un fardello. Donne che sono state costrette a sottomettersi e a subire per secoli gli abusi degli “uomini della famiglia”, padri, zii, fratelli, mariti, perché incapaci di contribuire economicamente al bilancio familiare.
Speriamo davvero non si torni indietro.

Eleonora Panseri

Detto? Fatto!

Riflessioni al maschile con pochi cedimenti allo sconforto

Care amiche e – perché no – cari amici, sono Alessio Di Sauro, futuro collega delle due eccezionali autrici di Quote Rosa e tra le firme di Var Sport. Accolgo con rossore pudico l’invito a pubblicare una mia riflessione su questo blog, nella ferma convinzione che di femminismo si possa discutere anche se di barba muniti

Quando il 26 novembre 2020 Viale Mazzini ha deciso di celebrare da par suo la Giornata Italiana contro la Violenza alle Donne mandando in onda l’ormai celeberrimo tutorial di “Detto Fatto” che pretendeva di insegnare al pubblico femminile come aggirarsi tra le vie dell’Ipercoop a ritmo di lap dance, ecco, debbo ammettere di essere rimasto affascinato. Più che l’avvenenza della tal Emily Angelillo, incauta ospite della corrida, sono stati i compiaciuti aggrottamenti di fronte della maestra di cerimonia Bianca Guaccero a mandarmi in visibilio. La famosa solidarietà di genere. Ancora convalescente dalla scomparsa del Pibe de Oro, che pure di dame se ne intendeva, bianche e non, sono rimasto basito come da tempo non mi accadeva, io che sovente tendo a reagire alle tragicommedie del mondo con la prematura scrollata di spalle dell’uomo blasé.

Stavolta no, anzi, credo di avere fatto anche “ooh!”con la bocca. Mi è sovvenuto l’eterno, a quell’immagine, e quelle che speravo essere le morte stagioni. Quelle del deretano di Michelle Hunziker immortale testimonial dell’intimo “Roberta” (o erano mutande?), quelle dei merletti audaci di Giovanna, siliconatrice sigillante leggermente sopra le righe, quelle dei calendari di Autosprint di fine anno che non paghi delle minigonne aerodinamiche della Rossa di Maranello amavano abbinarvi anche quelle vere e proprie della discinta testimonial. Potere del marketing, si dirà. Giusto. Non possiamo pretendere di esser figli delle stelle senza essere anche pronipoti di sua maestà il denaro. Siamo noi a chiedere questo, giusto? Ma allora, poi, per pietà, si abbia almeno il buon gusto di tacere. I maschietti, prima di gridare allo scandalo additando il guardone che si sofferma sulle cosce delle loro figlie, si soffermino a pensare al campionario delle immagini talora inviate sui gruppi di whatsapp. Evitino di sognare una donna leale e onesta al loro fianco, se la soffocano con la loro opprimenza prima ancora che con le loro mani. Evitino di plaudire in privato agli scempi televisivi di cui sopra, e poi di condannarli con sdegno a microfoni aperti. Evitino di volere soltanto cambiare le lampadine. Che comincino a lavare i piatti. Ah, e per le donzelle: per favore, non lamentatevi quando all’inizio rimarrà l’alone nelle stoviglie. E allora sì che la rivoluzione sarà realtà. Detto, fatto.

Argentina, decisione storica sull’aborto: primo passo verso la legalizzazione

Buone notizie dall’Argentina. Dopo una seduta iniziata il 10 dicembre alle ore 11 e conclusasi dopo 19 ore, la Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge per la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza. Una pratica, quella dell’aborto, ammessa al momento solo nel caso in cui la salute della donna sia in pericolo o in caso di stupro. Per passare all’esame del Senato, dove nel 2018 il disegno era stato bocciato, erano necessari 129 voti favorevoli. L’esito della discussione ne ha portati ben 131 a favore. Contro 117, solo 6 gli astenuti.

Ci sono buone possibilità che il documento ottenga un secondo “Sì”, visto che il testo originario è stato modificato rispetto a quello proposto in precedenza. L’inserimento dell’obiezione di coscienza, contestata dai movimenti femministi, e il sostegno del partito al governo sono due elementi che potrebbero fare la differenza. Infatti, il progetto di legge è stato presentato con l’appoggio del presidente Alberto Fernández a metà novembre insieme a quello per l’assistenza sanitaria e la cura di quante, al contrario, decidono di portare a termine la gravidanza.

La gioia dei movimenti femministi e di migliaia di persone è esplosa per le strade di Buenos Aires, al grido di “In questa lotta, ci siamo tutte!”. Sventolano in aria fazzoletti verdi, scelti come simbolo del diritto all’aborto legale.

Quello dell’aborto è infatti un problema serio e un tema molto sentito nel paese e in tutto il Sud America. Sono migliaia le ragazze minorenni alle quali non viene garantito il diritto di interrompere la gravidanza e costrette a dare alla luce il frutto delle violenze. La resistenza proviene soprattutto da esponenti della Chiesa cattolica, presenza molto forte in molti paesi sudamericani. È infatti di qualche settimana fa la notizia delle proteste di gruppi anti-abortisti contro l’interruzione di gravidanza di una bambina di dieci anni, rimasta incinta dopo essere stata stuprata dallo zio in Brasile. L’Argentina femminista, e noi con lei, resta con il fiato sospeso nella speranza che la proposta divenga finalmente legge.

Eleonora Panseri

A cosa è servito il #MeToo: da Hollywood all’ondata cinese

Xianzi, al secolo Zhou Xiaoxuan, è una delle poche donne cinesi ad aver ottenuto l’avvio di un processo per molestie sessuali contro un intoccabile della tv di Stato di Xi Jiping. Ventisette anni, il suo calvario è iniziato nel 2014 quando – durante uno stage – è stata palpata e baciata contro la sua volontà dal noto conduttore Zhu Jun. Anche lui, come il suo predecessore hollywoodiano Harvey Weinstein, deve l’interesse della stampa generalista mondiale alle sue abitudini da predatore sessuale.

Il caso – Aggredita mentre lavorava negli studi televisivi del canale CCTV, Zhou trova il coraggio di rendere pubblico l’accaduto solo nel 2018 pubblicando un lungo post online. L’accusa diventa poi virale grazie all’amica Xu Chao che la condivide via Weibo (piattaforma social cinese simile a Facebook). Da quel momento inizia la battaglia legale in cui Zhu Jun risulta già parzialmente sconfitto. Infatti, rigettando ogni accusa mossa contro di lui, fa causa a Xianzi e Xu Chao per diffamazione. La richiesta viene però archiviata dai giudici cinesi. Ora l’accusato è lui: se venisse condannato dovrebbe porgere pubblicamente le sue scuse e versare 50 mila yuan (sei mila euro circa) a titolo di risarcimento a favore della vittima.

I precedenti – Per un contesto come quello cinese, il solo fatto che l’imputato sia un personaggio pubblico è un traguardo enorme. Così come l’aver catalizzato la mobilitazione internazionale. Infatti, a differenza del #Metoo statunitense, in Cina le prime a prendere posizione contro gli abusi subiti dalle donne sono state le studentesse universitarie, facendo molto meno rumore delle attrici famose. Nel 2018, la ricercatrice Luo Qianqian è la prima a pubblicare la sua storia su Weibo con l’ashtag #WoYeShi (traduzione cinese di #MeToo). Le manifestazioni di protesta sono mal tollerate dal regime comunista, che risponde attuando la linea dura della repressione arrestando diverse attiviste.

La forza della condivisione – Xianzi individua proprio nel diffondersi del movimento #MeToo ciò che le ha dato la forza di denunciare. Lei stessa afferma che nel 2014 i poliziotti ai quali si era rivolta hanno tentato di dissuaderla dal denunciare un uomo famoso e potente. Lo stesso schema è stato smascherato dal giornalista Ronan Farrow, che del #MeToo ha fatto un libro (“Predatori. Da Hollywood a Washington, il complotto per ridurre le vittime di abusi al silenzio”, pubblicato in Italia da Solferino). Dall’inchiesta emerge chiaramente quanto la violenza sulle donne sia fondata sull’assuefazione all’intimidazione. Tra le vittime di Weinstein c’è Emily Nestor, due lauree e l’ambizione di dirigere uno studio di produzione. «La disinvoltura e la mancanza di inibizione delle molestie che aveva subito le avevano fatto pensare che si trattasse di un comportamento abituale», racconta Farrow «e la reazione incontrata quando le aveva denunciate l’aveva amareggiata. Ma aveva paura di una rappresaglia». Emily è stata oggetto di insistenti avance non richieste sul luogo di lavoro. Dopo aver segnalato l’episodio alle Risorse umane della Miramax, ha scoperto che la tutela era tutta una farsa. A causa del trauma subìto lascia il suo lavoro e abbandona completamente l’idea di fare carriera nel mondo dello spettacolo. Nonostante l’episodio di molestie risalga al 2014, trova il coraggio di parlare solo qualche anno dopo. Si è spesso chiesta: «È così che gira il mondo?». A piccoli passi, forse il mondo inizia a girare nel modo giusto anche per le donne: nel codice civile cinese le molestie sessuali sono state inserite solo nel 2005, mentre la definizione precisa è arrivata a maggio 2020. Inoltre, a partire da giugno 2021 le scuole saranno tenute ad inserire lezioni di educazione sessuale.

Chiara Barison

Fischio d’inizio di Frappart, primo arbitro donna in Champions League

Il match di Uefa Champions League Juve-Dinamo Kiev di stasera, 2 dicembre, inizierà alle 21 all’Allianz Stadium di Torino e sarà sicuramente un incontro interessante. Parlare di questa partita e di calcio su un blog femminista è importante per due motivi. Da un lato, perché è ora di abbattere lo stereotipo della donna incapace di seguire, capire e commentare una partita di calcio. Come ci sono donne che, sì, non hanno interesse per la materia, ce ne sono tante altre che sono davvero ferrate e appassionate (ne conosco diverse). Dall’altro, perché la partita di stasera potrebbe costituire, lo spero, un importante precedente per l’emancipazione femminile in ambito sportivo. Infatti, ad arbitrarla ci sarà Stéphanie Frappart, 37 anni, il primo arbitro donna a dirigere una partita di Champions League.

A parte il fatto che mi piacerebbe chiamarla “arbitra” (ma quella del “linguaggio di genere” è tutta un’altra storia), il mondo del calcio, soprattutto in ambito popolare, ha sempre opposto una certa resistenza quando si parla del binomio “donne e pallone”.
Le “icone”, i grandi “miti” di questo sport sono stati e sono maschili, anche quando a livello umano non vantano curricula altrettanto splendenti. Basti pensare a Maradona: sportivo incredibile ma uomo certamente perfettibile. E bisogna dirlo: quello dell’arbitro, che sia esso uomo o donna, è sempre un ruolo molto spinoso.  

Eppure, sembra che qualcosa stia lentamente cambiando, le donne stanno conquistando nel mondo del pallone posizioni sempre più importanti. Penso, per esempio, a Sara Gama, “capitana” della Juventus e dell’Italia femminile, che a 31 anni è diventata la prima donna vicepresidente dell’Associazione Italiana Calciatori. Il 30 novembre Gama è stata dunque chiamata a ricoprire un ruolo al vertice. Insomma, entrando “a gamba tesa”, per usare una metafora calcistica, le donne possono e devono farcela anche nel mondo del pallone.

Riguardo alla notizia sulla scelta di Frappart, i commenti sui social si sono divisi in maniera abbastanza equa: c’è chi applaude la scelta e spera, come me, che questa possa essere una “piccola grande svolta” e chi ha invece fatto obiezioni o, peggio, deriso l’arbitro, riportando in auge le classiche battute su “le donne che non vanno contraddette”, che “vogliono avere sempre ragione”, o parlando del eccesso di zelo che “sicuramente” l’arbitro avrà per dimostrare che “anche se donna” lei quel posto se lo merita.
Io credo che, per rispondere a tutte le perplessità che ciclicamente si ripresentano ogni qualvolta una donna riesce ad “intromettersi” in un ambito considerato dai più prettamente maschile, basti citare le parole di Frappart stessa. Dall’alto della sua lunga e qualificata carriera, l’arbitro ha voluto mettere a tacere qualsiasi tipo di polemica in questo modo: «La competizione tra squadre e il gioco del calcio non cambiano: rimangono gli stessi, chiunque sia l’arbitro».

Sintetica ma efficace.

Eleonora Panseri

(IM)POSSIBILI SCENARI: se Maradona fosse nato donna

Confesso i miei peccati sin da subito: non mi piace il calcio, non capirò mai il fuorigioco e non disdegno il rosa. Proprio il cliché della femmina un po’ ottusa. Fatte queste doverose premesse, mi permetto di fare lo stesso una riflessione. Negli ultimi giorni non si parla d’altro: Diego Armando Maradona ha lasciato questo mondo. Icona del nostro tempo, ha incarnato i vizi e le virtù di una società che cerca disperatamente la rettitudine ma non riesce mai a resistere al fascino della ribellione e dell’eccesso. Con mia grande sorpresa, la luce del Pibe de oro ha abbagliato anche me e mi sono fatta una domanda, forse banale: ma che vita avrebbe avuto Diego se fosse nato donna?

Il fuoriclasse argentino è nato nel 1960 in una condizione di povertà estrema. Quinto dopo quattro figlie, è stato accolto dai suoi genitori come una benedizione. Lui stesso ha avuto modo di ribadire che suo «papà estaba cansado de mujeres». Diego Maradona Senior era stanco di avere figlie, viste come una condanna. Le femmine davano preoccupazioni, bisognava trovare a tutte un marito e le occasioni di concludere un buon matrimonio si riducevano in modo direttamente proporzionale al livello di miseria in cui versavano le promesse spose. La madre stessa, forse consapevole della sorte destinata alle donne nate nella sua terra, lo venererà come un bambino prodigio anche quando sarà troppo cresciuto e segnato dai suoi tormenti.

E poi il calcio, lo sport maschile per eccellenza da sempre, negli anni ’60 non avrebbe mai potuto rappresentare l’occasione di riscatto per una giovane donna. I primi mondiali femminili si sono celebrati nel 1991, l’Argentina parteciperà per la prima volta con la sua nazionale in rosa a partire dalla seconda edizione, tenuta nel 1995 in Svezia. La scalata al successo di “Dieguita“, quindi, non sarebbe probabilmente mai iniziata. O almeno, non segnando i gol che hanno fatto sognare intere generazioni. Oltretutto a Diego, prima o dopo, è stato perdonato tutto. L’assoluzione che si concede tipicamente ai geni che, proprio grazie al loro genio, possono permettersi tutti i colpi di testa che vogliono. «La pelota fué mi salvación» dirà Armando una volta famoso e consapevole dell’opportunità immensa che il suo talento gli aveva offerto. Per le donne non funziona e non ha mai funzionato così.

Così mi è venuta in mente Tonya Harding, la prima pattinatrice statunitense ad eseguire un triplo axel. Certo, il pattinaggio artistico non è il calcio. Ma le persone sono straordinarie a prescindere dalla competizione nella quale gareggiano. E il talento è talento. Anche Tonya è nata nella miseria, dieci anni dopo Dieguito, in un Paese che a differenza dell’Argentina era ed è una potenza mondiale. La sua povertà sarà però una condanna, portata come un fardello impossibile da far volteggiare in pista. Tonya non sarà mai abbastanza: per sua madre, per essere amata, per brillare nel panorama sportivo internazionale. Nonostante abbia vinto la sua prima gara a soli quattro anni, non le verranno mai perdonati i costumi che si fabbricava da sola. E nemmeno la tenacia rovente con la quale aggrediva il ghiaccio. Determinazione scambiata per mancanza di grazia. Tonya faceva troppo rumore. Non è mai stata la presenza docile e leggera che i giudici di gara si aspettavano che fosse, pretendevano che fosse. Non ha mai incarnato la fidanzata d’America. Ed è stata duramente penalizzata. Nella vita così come in gara.

Negli anni in cui Maradona si prodigava per diventare leggenda, Harding vedeva andare in fumo la sua carriera. Quasi come se il mondo non avesse aspettato altro per farla sparire dalla scena.

Ricordo di aver sentito dire che il pubblico ha bisogno di scegliere qualcuno da amare e qualcun altro da odiare: ha scelto per l’ennesima volta di odiare una donna.

Chiara Barison

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