Ode alle streghe

Qualche giorno fa io e Chiara ci siamo ritrovate insieme a riflettere su uno dei personaggi più famosi del folclore italiano, la Befana, e nel giorno a lei dedicato, il 6 gennaio, ci è anche sembrato giusto restituire spazio ad un’altra figura ad essa vicina che nei secoli è stata a lungo temuta e vessata, quella della strega.
Se ci pensiamo bene, Babbo Natale e la Befana fanno, con alcune piccole variazioni, la stessa cosa: durante le feste portano doni ai bambini buoni, puniscono invece quelli che si sono comportati male. Entrambi sono molto vecchi, esistono praticamente da sempre, ma l’anzianità del primo non viene percepita come sgradevole; quella della seconda le dà, al contrario, un aspetto trasandato (tant’è che il termine è entrato nell’uso comune per definire una donna non avvenente). Dunque, tirando un po’ le somme, la Befana è una vecchia e, quindi, brutta, fondamentalmente una strega, che porta carbone a chi non si merita i dolci. Non stupisce il fatto che Babbo Natale le venga di gran lunga preferito…

Ma chi l’ha detto che le streghe sono orrendamente vecchie e sempre malvagie?
Come ci racconta Mona Chollet nel suo libro Streghe. Storie di donne indomabili: dai roghi medievali al #metoo, l’immagine della strega come la conosciamo oggi arriva da un passato non troppo recente. La lotta alla stregoneria portata avanti dall’Inquisizione ha fortemente contribuito a crearla ed è stata più volte riproposta senza essere, se non di recente, oggetto di rilettura.
Gli stessi classici Disney con i quali molte di noi sono cresciute hanno al centro della storia lo scontro fra bene e male, incarnati rispettivamente dalla principessa e dalla strega. La seconda, guarda caso, è sempre cattiva, destinata ad essere sconfitta, mai dalla principessa sua vittima ma sempre dal valoroso principe (sulla storia del “principe che ci salva sempre” non voglio dilungarmi ora, forse lo farò prossimamente…). Solo negli ultimi anni sono stati realizzati prodotti culturali e d’intrattenimento nei quali ci sono principesse che possono talvolta essere “cattive” (pensiamo ad Elsa di “Frozen”, per esempio) e che “si salvano da sole”. In alcuni casi vengono aiutate da personaggi maschili che possono dare una mano alle protagoniste. Queste, tuttavia, (e grazie al cielo, aggiungerei) riescono ugualmente, con o senza aiuto, a realizzare grandi imprese: un bel messaggio per le bambine di oggi che possono riconoscersi in queste eroine e iniziare a considerare il loro ruolo non accessorio, il loro contributo fondamentale.

Ma torniamo alle nostre streghe…

Crescendo e studiando la storia, quella con la S maiuscola, abbiamo avuto modo di rivedere la narrazione che ci è stata proposta. La figura della maga esiste praticamente dalla notte dei tempi: sacerdotesse, guaritrici et similia sono state e sono ancora presenti in molte società con un valore tutt’altro che negativo. I secoli durante i quali ha operato l’Inquisizione sono stati riconosciuti come uno dei periodi più bui della storia dell’Occidente, nel quale quest’istituzione si è “divertita” a perseguitare e processare migliaia di persone, principalmente donne. Lo ha raccontato anche la giornalista Ilaria Simeone nel suo libro “Streghe. Le eroine dello scandalo”, nel quale ricostruisce tre processi per stregoneria della fine del ‘500, del ‘600 e ‘700.
Per quasi cinque secoli, dal 1326* al 1782** (è del 1487 il “Malleus Maleficarum”, il “Martello delle streghe”, testo cardine della caccia alle streghe), le accuse rimasero praticamente invariate: essere in combutta con il demonio, operare sortilegi mortiferi, avere costumi sessuali non conformi con altre streghe e stregoni o con animali e creature demoniache. Nonostante molte di queste fossero pure illazioni, a seguito di torture atroci molte donne furono costrette a confessare azioni mai compiute (le condanne arrivavano anche in assenza di confessione e, come già detto, di prove). Quelle che venivano considerate colpevoli erano punite con l’allontanamento dai luoghi in cui erano nate e cresciute, marchiate con orribili mutilazioni e, nel peggiore dei casi, uccise sul rogo.

La verità tuttavia è che tante “streghe” erano tutt’altro che persone malvagie o emarginate: non tutte vivevano ai limiti della società, alcune facevano addirittura parte della nobiltà. L’unica loro “colpa” era quella di non essere quello che ci si aspettava dal loro genere in quell’epoca. Le vittime della “caccia alle streghe” erano levatrici, balie e guaritrici, a cui tanti si rivolgevano per i motivi più disparati, donne che non si facevano mantenere ma che guadagnavano il proprio denaro e che venivano accusate di praticare la stregoneria quando qualcosa andava storto, se un bambino nasceva morto o se il sortilegio d’amore che avevano fornito a chi lo aveva richiesto non sortiva gli effetti desiderati. Erano vedove che avevano deciso di non risposarsi, cosa che non si addiceva alle donne per bene in una società dove queste erano ancora considerata un “bene” posseduto da un uomo. Streghe erano anche quante per mestiere o libera scelta avevano tanti partner sessuali.
Insomma, donne considerate scomode perché volevano autodeterminarsi e non essere definite da altri, perché volevano rispondere delle proprie azioni e non essere dipendenti da qualcuno. In un’epoca in cui, purtroppo, tutto questo non era accettato; un’epoca dove bastavano pettegolezzi e maldicenze per farle processare e condannare a morte.

Fortunatamente, tante cose sono cambiate da allora ma le violenze, fisiche e psicologiche, che tante donne in cerca della loro libertà subiscono ogni giorno e in ogni parte del mondo dimostrano che forse non lo sono poi così tanto e che la strada da percorrere è ancora lunga.
Di donne libere ed emancipate, e temporalmente più vicine ai giorni nostri, hanno parlato Michela Murgia e Chiara Tagliaferri nel podcast “Morganache raccoglie storie di donne “fuori dagli schemi, controcorrente, strane, pericolose, esagerate, “stronze”, difficili da collocare, donne che vogliono piacersi e non compiacere”. Murgia stessa definisce le protagoniste di queste storie “molto streghe”, utilizzando il termine non per demonizzarle ma per omaggiarle.

Abbiamo già detto che sono tanti i passi avanti fatti (QUI quelli del 2020 e QUI trovate un omaggio per alcune donne che durante l’anno appena trascorso sono state “molto streghe”, per riprendere le parole di Murgia). Le cose stanno ancora cambiando, seppur molto lentamente, e meno male!, vorrei aggiungere.
Piccoli grandi cambiamenti per cui dobbiamo essere grat* e che sono il risultato dell’azione di quant* si sono accorti che l’essere donna non poteva e non doveva continuare ad essere vista come una condizione di inferiorità, che hanno dedicato e spesso sacrificato le loro vite in favore di tante battaglie giuste.
Le femministe (e i femministi!) di tutte le ondate e le persone che, pur non definendosi tali, ogni giorno combattono per costruire un mondo migliore, più inclusivo e paritario, sono modern* “streghe” e “stregoni”. Sono persone di tutte le età, di tutte le nazionalità, di tutte le estrazioni, spesso percepite come strane e pericolose: spaventano per le loro idee innovative perché in molti sensi stravolgono un mondo che per secoli ha continuato a funzionare in questo modo. Persone che vengono condannate sui moderni roghi della morale e del buon senso ma che non si vergognano di dire quello che pensano, che chiedono di cambiare quelle regole che hanno costretto una parte della società a nascondersi e limitarsi.

E quando mi chiedono che tipo di donna voglio essere, non dico più, come facevo da bambina, che vorrei essere “una principessa (da salvare)” (anche se mio padre si ostina a chiamarmi in questo modo: ti voglio bene lo stesso, papà!).
Oggi dico che voglio essere forte e indomabile come una strega.

Eleonora Panseri

P.s. Suggerisco la visione della puntata del programma “Il tempo e la storia” condotta da Massimo Bernardini e con la presenza in studio dello storico Alessandro Barbero dedicata alla caccia alle streghe.

Note:
*l’anno in cui la stregoneria venne considerata dalla Chiesa come forma di eresia.
**data dell’ultimo processo per stregoneria.

Le donne che hanno lasciato il segno nel 2020

Un anno sicuramente buio, quello che sta per concludersi, in cui però la luce delle donne non ha smesso di brillare. D’altronde, le stelle risplendono meglio nella completa oscurità. Ecco un elenco, non esaustivo e senza pretese, per ricordavi alcune tra le personalità femminili che secondo noi hanno fatto la differenza nei 366 giorni più interminabili del secolo.

Dopo mesi segnati dalla pandemia non possiamo non iniziare con le donne che si sono distinte in campo scientifico.

Le ricercatrici dell’Istituto Spallanzani di Roma, Marta Branca, Maria Rosaria Capobianchi e Francesca Colavita, le prime ad isolare il virus Covid-19 in Italia. Incarnano alla perfezione l’importanza del lavoro di squadra e l’efficacia della competenza femminile.

È anche grazie al loro lavoro se Ozlem Tureci ha potuto sviluppare il primo vaccino approvato dall’Ema. Di origini turche ma nata in Germania, è medico e co-fondatrice insieme al marito della BioNTech. Al centro dei suoi interessi c’è anche lo sviluppo di un vaccino contro il cancro, al quale lavora da almeno un decennio.

Tornando un po’ indietro, tutto ciò che sappiamo sulla gestione cinese del virus lo dobbiamo a Zhang Zhan. Ex avvocata, con lo scoppio della pandemia non ha esitato ad imbracciare la telecamera per documentare la condizione in cui versavano gli ospedali di Wuhan, la città ritenuta l’epicentro della diffusione pandemica. Accusata di aver “provocato litigi e problemi”, è stata condannata a quattro anni di carcere dopo un’udienza lampo. L’ingiustizia non ha piegato la sua volontà: poco dopo il suo arresto, avvenuto a maggio, ha iniziato uno sciopero della fame.

Sempre in tema pandemia, ricordiamo Jacinda Adern e Sanna Marin: rispettivamente prima ministra neo zelandese e finlandese, sono entrate nella storia anche per essersi distinte nella gestione dell’emergenza sanitaria. Entrambe hanno fatto della parità di genere il pilastro sul quale fondare la loro politica.

A proposito di politica, come non ricordare Kamala Harris. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti d’America la carica di vicepresidente sarà ricoperta da una donna. E il discorso pronunciato dopo la vittoria ci fa ben sperare sul suo operato: «Sebbene io sia la prima a ricoprire questo incarico, non sarò l’ultima. Penso a intere generazioni di donne che hanno battuto la strada per questo preciso momento. Penso alle donne che hanno combattuto e sacrificato così tanto per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia per tutti, comprese le donne afroamericane, spesso trascurate ma che dimostrano di essere la spina dorsale della nostra democrazia».

Nell’agone politico si è fatta avanti anche Svetlana Tikhanoskaya, insieme alle colleghe Veronika Tsepkalo e Maria Kolesnikova. Quando i mariti di Tikhanoskaya e Tsepkalo, candidati alle elezioni presidenziali in Bielorussia, sono stati il primo arrestato e il secondo costretto a lasciare il paese, queste tre grandi donne si sono unite contro Alexander Lukashenko, presidente uscente dell'”ultima dittatura d’Europa”. Hanno ottenuto un consenso inaspettato e, quando è stato comunicato il risultato delle elezioni, apparentemente vinte da Lukashenko, i loro sostenitori sono scesi in piazza, insieme al resto dell’opposizione, per protestare. Davanti al rifiuto del presidente di accettare la sconfitta, l’UE non ha riconosciuto il nuovo presidente. Anche se Tikhanoskaya è stata costretta all’esilio in Lituania e Kolsnikova è stata arrestata, il loro coraggio rimane un esempio.

Così come ci siano d’esempio le donne che hanno sacrificato la vita in nome della libertà. La prima è Helin Bölek, attivista e cantante turca di 28 anni. Se n’è andata ad aprile dopo 288 giorni di sciopero della fame. Protestava per denunciare la persecuzione politica in Turchia e il veto posto dal governo sui concerti del gruppo musicale al quale apparteneva. Infatti, dal 2016 le esibizioni del “Grup Yorum” erano state proibite.

E poi c’è Ebru Timtik, avvocata turca che lottava per l’equo processo. Anche lei ha scelto lo sciopero della fame. Anche la sua voce è rimasta inascoltata, fino alla morte in un carcere di Istanbul. Era stata arrestata 18 mesi prima con l’accusa di legami con il Fronte Rivoluzionario della liberazione popolare (Dhkp), un gruppo considerato terroristico da Ankara.

«Il posto delle donne è là dove si prendono le decisioni», anche Ruth Bader Ginsburg non è più tra noi, ma ci ha salutati dopo 87 anni vissuti da combattente. Nota per essere stata giudice della Corte Suprema statunitense per 27 anni, è considerata un’icona della lotta per i diritti civili. La sua sensibilità, progressista e moderata allo stesso tempo, le ha permesso di firmare storiche decisioni in tema di parità di genere e aborto. Pioniera fino alla fine, prima donna e prima persona di fede ebraica la cui camera ardente sia stata allestita al Campidoglio (sede del Congresso degli Stati Uniti d’America).

Il Premio Nobel per la Letteratura 2020 è stato assegnato a Louise Elisabeth Glück, poetessa americana. Nel ’93 già vincitrice del prestigioso Premio Pulitzer con la raccolta “L’Iris selvatico” (“The Wild Iris“), ha ricevuto il Nobel per «la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale».

Quest’anno le donne hanno raggiunto importanti risultati anche nel mondo del calcio, uno sport spesso ritenuto appannaggio esclusivo degli uomini. I primi (ma non unici) due nomi che ci vengono in mente sono quello della campionessa nostrana Sara Gama e dell’arbitra Stéphanie Frappart. La prima, 31 anni, madre triestina e padre congolese, capitana della Juventus e della Nazionale femminili, già consigliera della Figcil dal 2018, il 30 novembre 2020 è stata eletta vicepresidente dell’Associazione italiana calciatori. Una decisione storica: non era mai successo che una donna ricoprisse questo ruolo. La seconda, 36 anni e una carriera incredibile, è stata la prima donna arbitro ad aver diretto una partita di Champions League, Juventus-Dinamo Kiev, il 2 dicembre scorso.

A proposito di “prime volte” nostrane, dal 1 dicembre la professoressa Antonella Polimeni è la prima rettrice dell’università di Roma la Sapienza, la più grande università d’Europa, in 717 anni della sua storia. E Margherita Cassano a luglio è stata eletta all’unanimità presidente aggiunta della Cassazione, riuscendo ad arrivare lì dove nessun’altra era riuscita.

Chiudiamo con la speranza per il futuro. Per il “Time” è una scienziata di 15 anni. Gitanjali Rao è la prima “Kid of the year” della storia. Inventrice di un dispositivo per rilevare la presenza di piombo nell’acqua e di un’app che individua episodi di cyberbullismo, ha detto: «Il mio obiettivo non è solo inventare qualcosa per risolvere problemi, ma anche essere da esempio per gli altri. Se io lo posso fare, tu lo puoi fare».

Chiara Barison ed Eleonora Panseri

“No è no”: cultura dello stupro e consenso

Avete mai pensato a come cambierebbe il mondo per il genere femminile (e per quello maschile) se vivessimo in una società meno permeata dalla rape culture, la “cultura dello stupro”?

Penso spesso a tutto questo e al fatto che sostituire la prevaricazione sistemica con una “cultura del consenso”, parola di cui si parla davvero spesso negli ultimi anni, sia una delle possibili soluzioni al problema. Anche se è comprensibile il fatto che non è possibile distruggere il patriarcato dal giorno alla notte – in fondo, stiamo parlando di un sistema che esiste praticamente da sempre, come ha egregiamente raccontato Simone De Beauvoir nel suo “Il secondo sesso” -, questo non deve esimerci dal credere che un cambiamento sia necessario.

Nel testo del 1993Transforming a Rape Culture”, Emilie Buchwald, Pamela Fletcher e Martha Roth definiscono la “cultura dello stupro” come

“(…) un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro le donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita, inevitabile come la morte o le tasse”.


Credo che il concetto così esposto sia assolutamente chiaro ma alcuni esempi di situazioni dove questo tipo di prevaricazione si palesa in maniera lampante o più sottile possono aiutare a comprendere meglio quello che Buchwalk, Fletcher e Roth sono riuscite a definire.

Il femminicidio e lo stupro (o il tentato stupro) sono le manifestazioni più evidenti della violenza di tipo fisico che l’uomo esercita sulla donna. A queste si aggiungono le molestie (sì, anche il catcalling), i ricatti sessuali, lo stalking, il revenge porn (quando materiale privato viene condiviso con terzi senza che gli attori ripresi siano d’accordo per vendetta o altri motivi ad essa legati), il victim blaming (sostenere che una survivor, una vittima di uno stupro, “se la sia cercata”) ed altre forme di violenza psicologica o economica che inficiano pesantemente la libertà e la serenità delle nostre vite.

Se osserviamo attentamente i vari fenomeni elencati qui sopra notiamo come manchi in ognuno di essi un elemento essenziale: il consenso. Lo ammetto, può sembrare un parolone ma se spiegato con l’aiuto della fidata Treccani si rivela in realtà un concetto molto semplice: “il consentire che un atto si compia” e ancora “permesso, approvazione”.

Nonostante mi sembra che fin qui la questione sia abbastanza chiara, tenterò di semplificarla ulteriormente. Non so voi, ma ho avuto spesso la sensazione che l’uomo venga cresciuto, non soltanto in famiglia – sarebbe bello, bastasse questo – ma anche dalle istituzioni e dai prodotti culturali di ogni epoca, con la convinzione che la sua virilità dipenda e sia direttamente proporzionale alla quantità di “sì” che riceve. In televisione è stato passato per anni lo spot (QUI trovate la versione dell’85) di un dopobarba che recita: “per l’uomo che non deve chiedere mai”…dovrebbe bastarci questo. La donna di conseguenza, in quanto controparte maschile, si trova a dover reprimere dei “no” perché l’essere accondiscendente e, in un certo senso “sottomessa”, le farà ottenere validità agli occhi degli uomini. Quante volte vi siete sentite dare dell’“acidona” o della “suora” nel momento in cui avete negato la vostra disponibilità all’altro sesso? Le donne che dissentono, guarda un po’, sono sempre “puntigliose“, “pesanti“, “rompiscatole“. Invece loro, gli uomini, “sono fatti così”, “boys will be boys”: impossibile che cambino, “essere uomini” è la loro natura e la giustificazione a qualsiasi scorrettezza. Prima lo impariamo, meglio è.
C’è anche un altro grande classico che alimenta questo tipo di narrazione: quante volte vi è capitato di sentire che “se ti tratta male è perché le piaci” o che una ragazza che ti dice “no” magari sta solo “facendo la difficile”? Questo in molti casi porta tanti a persistere nel tentativo di “conquistare” donne che, nel pieno delle loro facoltà mentali, li hanno rifiutati chiaramente dal giorno uno.
Ora, fatte tutte queste premesse, i concetti di “cultura dello stupro” e consenso si spiegano quasi da soli.

Io non riesco più a stupirmi davanti a chi sostiene che un determinato modo di vestire può in qualche modo mandare dei segnali ambigui e che quindi, più o meno direttamente, una minigonna giustifica uno stupro. La verità è che non bisogna arrivare a tanto, il “mondo là fuori” ci fa sperimentare diversi tipi di violenza che prescindono da femminicidi e stupri ma che possono esserne al tempo stesso causa e preludio. Finché ci sarà qualcuno che definirà “complimenti” quando parliamo del disagio che proviamo nel dover sopportare occhiate, versi e commenti di ogni tipo mentre camminiamo per strada; finché ci saranno persone che chiameranno “semplici avances” le attenzioni insistenti non richieste o non ricambiate che ci vengono rivolte sul luogo di lavoro, di studio o sui social; finché un partner, occasionale o meno, ci farà pressioni per avere rapporti sessuali che non vogliamo, lo stupro o il femminicidio saranno solo la punta dell’iceberg. E se alla voce delle donne venisse dato lo stesso peso di quella degli uomini, se un “no” pronunciato da una donna venisse considerato semplicemente come un “no” (cosa che avviene quotidianamente alla controparte maschile), se le donne non venissero considerate prede da conquistare, trofei da esibire, incapaci di esprimere la propria volontà – il proprio consenso, appunto-, una cosa come il victim blaming non esisterebbe.

C’è da rivedere dunque un intero sistema e per fare questo ci vorrà molto tempo, senza dubbio. Il primo passo però è sicuramente quello che va verso una maggiore consapevolezza, nostra e degli uomini. Noi dovremmo iniziare a dire quei “no” che potrebbero farci apparire meno desiderabili: un “sì” ottenuto con la violenza, di qualsiasi tipo esso sia, non ci farà stare meglio (fidatevi, parlo per esperienza). Il coraggio e la forza necessari, quelli che servono anche a tantissime survivors, dovremmo poterli trovare, in primis, nella solidarietà femminile di cui spesso si sente parlare ma che altrettanto spesso manca. E sarebbe bello se gli uomini aprissero gli occhi sul problema, lavorassero su se stessi per iniziare ad accettare il fatto che il rifiuto non li rende “meno uomini” e capissero che “no è no” pure se a dirlo è una donna.

Eleonora Panseri

P.s. Il 25 novembre l’Istat ha pubblicato un quadro informativo integrato sulla violenza contro le donne molto interessante. Vi lascio QUI il link, se avete voglia di capire attraverso i dati quali sono le proporzioni del fenomeno in Italia.

A cosa servono (davvero) le quote rosa

Con il termine “quote rosa” si intende un provvedimento, solitamente temporaneo, che ha lo scopo di riequilibrare la presenza di uomini e donne nelle sedi decisionali (Cda, sedi istituzionali elettive, ecc…) rendendo obbligatoria la presenza femminile. Si mira così a ridurre la discriminazione di genere consentendo alle donne di sfondare il glass ceiling (soffitto di cristallo), ossia la barriera invisibile che impedisce alle donne di accedere a incarichi prestigiosi.

In Italia, il termine stesso è impregnato di stereotipi. Le quote sono state colorate di rosa, il colore femminile per definizione. Sono rosa i vestiti delle bambole, rosa i romanzi a portata di intelletto femminile e definiti rosa pure i farmaci in grado di liberare dalle sofferenze mestruali. Un modo per farci vivere una vie en rose quando la situazione reale è invece piuttosto noire.

Se le donne non sono al potere, non saranno rappresentate politicamente, e se non sono rappresentate politicamente significa che non riescono a raggiungere i vertici. Un cane che si morde la coda.

Innanzitutto, chiamarle gender quotas all’anglosassone rende molto più chiaro il loro reale compito: non favorire le donne in quanto tali, ma garantire un’eguale partecipazione dei generi ai tavoli decisionali. Di fatto, sono norme antidiscriminatorie nei confronti della categoria sottorappresentata (ahimè, le donne). Questo non significa che prescindano dal merito: il motto è “Equality = Quality”. La parità è sinonimo di qualità. E no, non c’è discriminazione al contrario: ogni posto occupato da una donna grazie all’imposizione delle quote rosa, se queste non ci fossero, sarebbe ricoperto da un uomo. Sia chiaro, non perché più capace, ma perché maggiormente rispondente alle logiche del potere maschilista alla base della nostra società. Proprio per questo le quote non solo non sono la soluzione definitiva, ma devono essere accompagnate da altre misure.

Il principale nemico della donna al potere è proprio il ruolo di angelo del focolare che le viene affibbiato da sempre. La distribuzione diseguale del lavoro domestico e i numerosi stereotipi di genere dissuadono le donne dall’intraprendere una carriera all’interno di una società o in politica.

Perché no, le donne non sono una minoranza, ma sì, devono essere tutelate. Il paradosso del secolo, che vede il genere femminile come una specie in via d’estinzione che potrà salvarsi solo grazie alla protezione dei virili ma premurosi maschi, può trovare la sua fine ribaltando la prospettiva. La politologa inglese Rainbow Murray propone di non presentare il problema come una carenza di rappresentazione femminile ma piuttosto come un eccesso di rappresentanza maschile. Così facendo, le quote non sarebbero più il numero minimo di posti riservati ai rappresentanti di un sesso ma, al contrario, un limite massimo da non superare per garantire una situazione di parità. Un cambiamento in tal senso permetterebbe di percepire le donne come una componente della dialettica politica al pari degli uomini, e non come “ulteriori” da proteggere alla stregua di una minoranza.

Nonostante le donne costituiscano la metà della popolazione italiana, solo un terzo ricopre cariche politiche nazionali. A livello locale si arriva a malapena a un quinto. Un primo significativo passo è stato compiuto dalla Consulta che, con sentenza n. 49/2003, ha superato il principio di parità astratta affermato nel 1995. Sempre nel 2003 la riforma costituzionale ha cambiato il testo dell’art. 51 della costituzione (che stabilisce il principio della parità dei sessi nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive) integrando la previsione dell’adozione di appositi provvedimenti per la promozione delle pari opportunità tra donne e uomini. Con l’obbligo legislativo delle “quote rosa nei Cda” introdotto nel 2011, oggi il 40 per cento dei membri di consigli di amministrazione e di collegi sindacali in società quotate in borsa deve essere femminile. Sul versante politico il cambiamento è stato attuato solo nel 2012. Questo ha permesso il salto da un misero 13 per cento del 1994, all’odierno 36 per cento di presenza femminile nel nostro Parlamento.

Il problema però persiste a livello di potere decisionale. Troppo poche le donne alla presidenza delle commissioni parlamentari, fondamentali per l’iter legislativo (e quindi decisionale). Se il legislatore non è anche donna le leggi non saranno mai abbastanza inclusive.

Chiara Barison

Le donne e le arti: tutto è permesso ma nulla conta

“Chi le capisce è bravo”: il più grande luogo comune di sempre. Noi donne siamo misteriose, chiuse, “dolcemente complicate”. E siamo state tenute nascoste per bene, prima che iniziassero a capirci e si accorgessero che siamo anche valide. Infatti, nei secoli una gran parte dei personaggi memorabili è uomo. E spesso lo siamo tutt’ora…


Quante donne ci sono nei libri di storia? Nelle antologie di letteratura e di filosofia?
Quanti teoremi portano un nome di donna?
Quante prime ministre?
E potrei andare avanti così per ore.

Da donna c’è questa cosa che mi domando sempre: perché in secoli di cultura, arte, scrittura, etc… ci sono così poche donne note?
Sicuramente una coincidenza. Oppure esiste davvero qualcuno che crede che per ogni Dante, per ogni Shakespeare, per ogni Picasso non possa esistere un corrispettivo femminile?

Ammettiamolo, sì, fa male ma è vero: l’accesso alla formazione superiore è stato negato alle donne di qualsiasi estrazione sociale per secoli. Potremmo essere capaci di scrivere “La Divina Commedia” senza studiare letteratura? No. E quando abbiamo avuto la possibilità di studiare si trattava comunque di un privilegio delle élite. Mentre sappiamo che alcuni grandi autori passati alla storia arrivavano anche da ceti sociali inferiori, non elitari.
E se teniamo conto del fatto che le donne hanno avuto accesso all’istruzione più elevata, da quanto? Un centinaio di anni? Mi piacerebbe esser viva tra altri 100 anni per riprendere questi temi e fare un confronto.
Ora, facciamo quella cosa divertente che si fa a volte ma che spesso si preferisce ignorare perché i numeri rendono le cose molto più evidenti: contiamo.

Facciamo un giro alla Pinacoteca di Brera (VIRTUALE, QUI). Ho contato 3 donne: Fede Galizia, Marianna Calevarijs, Antonietta Raphael de Simon Mafai. Quasi quasi spero di aver visto male e di non averne contate altre per errore mio, accecata dal nervoso. Infatti, per gli uomini ho smesso quando sono arrivata a 58. La disparità mi sembrava già abbastanza evidente e ormai mi borbottava anche il colon (e, comunque, basta uno scroll sulla pagina per vedere che si va ben oltre i 58 artisti…).

Prendiamo la musica, oggi apparentemente più egualitaria di altre arti e, come dice Marina Abramovic, in una gerarchia artistica, la più elevata di tutte. Facciamola facile e consideriamo solo la musica moderna (perché se torniamo indietro nel tempo la situazione è tragica: in anni di studio di pianoforte, in mezzo agli spartiti di Chopin, Bach, Beethoven, Mozart, ricordo solo una compositrice, Clara Wieck Schumann, che è pure passata alla storia con il nome del marito!).
A prescindere dalle disparità di trattamento nell’industria musicale, dalla credibilità, dai sacrifici che si chiedono alle donne ma non agli uomini, guardiamo solo il risultato finale. Aprite Spotify e selezionate la vostra ultima playlist: quante canzoni cantate/scritte da donna e quante da uomini ci sono?
Io amo il cantautorato italiano ma indovinate un po’ nelle playlist tematiche di Spotify quante cantautrici troviamo? Ve lo dico io, c’è spazio per una sola: Carmen Consoli. L’unica in un mondo di uomini, brava da lacrime agli occhi e più sottovalutata di Samuele Bersani (e tra l’altro confesso che “En e Xanax” è stata la canzone che più ho ascoltato nel 2020, maledette statistiche di Spotify che mi fanno notare che anche se non vuoi rischi di essere maschilista perché il patriarcato è talmente radicato nel mondo di oggi che abbatterlo è difficile pure se ti definisci “femminista”!). Vi prego, ditemi che la vostra ultima playlist è composta al 100% da canzoni di Beyoncè e fatemi felice.

E parliamo di letteratura, il mio argomento preferito.
Si pubblicano tante donne, vero. Si pubblicano da tanti anni, vero. Ma vengono prese in considerazione come gli autori? No.
Non guardiamo il mercato per un attimo, ma concentriamoci sulla qualità delle opere. Analizziamo il premio per eccellenza della letteratura italiana, lo Strega: 11 vincitrici e 72 vincitori dalla prima edizione del 1947 (e se la disparità non vi sembra abbastanza, pensate che ci sono anni in cui non c’è neanche una scrittrice candidata). E facciamo pure i loro nomi, perché sono immense e se lo meritano: Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, Lalla Romano, Fausta Cialente, Maria Bellonci, Maria Teresa di Lascia, Dacia Maraini, Margaret Mazzantini, Melania Mazzucco, Helena Janeczek.
Sottovalutate e mai considerate degne abbastanza, c’è sempre quel “pff, l’ha fatto una donna” come sottofondo maschilista ad ogni opera. Ed è tutto causa e conseguenza. Si leggono poche donne, perché se ne pubblicano poche. In libreria si vendono poco e nelle classifiche dei libri più venduti non ne appaiono troppe, diciamocelo. Quindi, se il mercato non le recepisce, non si pubblicano ma, se non si pubblicano, non c’è possibilità di vendere. Si apre allora un circolo vizioso che dovrebbe essere interrotto. Ma come e quando non è ancora chiaro.

A conti fatti, una sola domanda: MA PERCHE’?
Credo sia estremamente difficile dare un’unica risposta che tenga conto della moltitudine di fattori che in millenni di storia ci portano a questi risultati.
E probabilmente è proprio questo il punto: la storia ci insegna che ci hanno tenuto nascoste e ci hanno considerate inferiori. La situazione sta forse cambiando negli ultimi anni ma con una lentezza pachidermica che da donna più o meno giovane faccio fatica ad accettare.
E siamo oneste: nonostante millenni di storia, i primi movimenti femministi nascono negli anni ‘60. Come possiamo pensare di ribaltare completamente la situazione in meno di un secolo? I cambiamenti epocali sono tali perché effettivamente ci mettono epoche ad avvenire.

Siamo forse pronti ad accettare che una donna sia valida quanto un uomo? Siamo pronti ad accettare che una donna possa scrivere un romanzo migliore di uomo? Possiamo accettare che una donna sia preparata tanto quanto, se non più di un uomo? Forse no. Ma dobbiamo incominciare a farlo ora.

Ci hanno tenuto nascoste, è vero, ma ci siamo, abbiamo valore, siamo brave tanto quanto gli uomini. Abbiamo fatto la storia anche noi, pure se non emergiamo nei libri di scuola. Abbiamo aspettato secoli che ci rivalutassero e ci considerassero degne a prescindere dagli uomini (non è Simone de Beauvoir ad essere l’ombra di J.P. Sartre, ma allo stesso tempo è lei che si è presa l’onere di mettere a punto “La Nausea” fino a renderlo uno dei capisaldi della letteratura francese del ‘900, lo sapevate?).

Confesso che sogno da sempre che dietro Elena Ferrante ci sia un uomo perché, dopo secoli in cui noi donne ci nascondiamo dietro pseudonimi maschili, vorrei tanto che un uomo sentisse la necessità di nascondersi dietro un nome di donna per essere riconosciuto come uno dei massimi scrittori italiani contemporanei.
E vi assicuro che siamo stufe di esser considerate meno di un uomo, di esser viste come quelle inferiori e di leggere articoli di giornale che fanno notare che ogni tanto siamo “brave come un uomo“, che siamo mamme prima che professioniste, che il Nobel per la letteratura l’ha “vinto una donna” e non “Louise Gluck, Poetessa”.

di Eleonora Scialo,
milanese di fatto, ma non di nascita, una laurea in economia per lavorare nell’azienda di famiglia ma a 31 anni non è ancora sicura sia quello che vuole fare da grande. O forse lo sa e sta lentamente aprendo il cassetto per liberare il suo sogno. Arriva sempre in ritardo per colpa del suo cane ed è femminista non estremista.

Covid, se la casa diventa una trappola

Uccisa una donna ogni tre giorni. Questo quanto emerge dai dati Eures per i primi 10 mesi dell’anno. 91 le donne uccise per mano di un uomo. I numeri parlano di una diminuzione dei reati spia (atti persecutori, maltrattamenti, violenza sessuale) ma si tratta di uno specchietto per le allodole. Le denunce sono meno perché la paura nelle donne è stata intensificata dal fatto di essere sempre a stretto contatto con il proprio aguzzino. Infatti, sono cresciute esponenzialmente le richieste di aiuto al numero verde 1522, il centralino del Dipartimento Pari opportunità. Violenze vecchie e nuove. La convivenza forzata ha fatto emergere atteggiamenti latenti mai dimostrati prima: dal controllo del cellulare che provoca lo schiaffo, al rifiuto che innesca la violenza sessuale.

E poi i nomi. Eccone alcuni:

Lorena Quaranta aveva 27 anni e studiava medicina per realizzare il suo sogno, curare i bambini. Per lei la laurea è arrivata solo post mortem: accusata di averlo contagiato, è stata strangolata dal suo convivente e fidanzato. Lui ha poi tentato di togliersi la vita.

Lucia Caiazza, 52 anni, uccisa dai calci sferrati al suo addome dal compagno. Non ha mai denunciato i maltrattamenti che subiva da tempo.

Barbara Gargano è stata uccisa insieme ai figli di 2 anni all’alba di una mattina come le altre. La sua colpa? Voleva il divorzio.

Tra le vittime includerei anche Evan, 21 mesi, ucciso prima che dalla violenza dall’indifferenza e dal degrado. Sotto accusa c’è il compagno della madre che, oltre a maltrattare lei, non poteva proprio sopportare i capricci del piccolo.

Potrei andare avanti per ore. Le storie in fondo si somigliano tutte. Altro che virus, in questo caso nessun vaccino all’orizzonte.

Chiara Barison

Lavoro, differenze di genere e pandemia

In un suo famoso testo, pubblicato per la prima volta il 24 ottobre 1929, la scrittrice Virginia Woolf immagina come sarebbe stata la vita di Judith, fittizia sorella di Shakespeare, altrettanto talentuosa e desiderosa di seguire la sua vocazione letteraria (lo abbiamo fatto anche noi pensando ad una versione femminile di Maradona). Il saggio, che si intitola “Una stanza tutta per sé”, è una lucida riflessione sul collegamento tra libertà intellettuale e mancanza di indipendenza economica per un genere, quello femminile, incluso nel mondo del lavoro con estrema lentezza ed enormi difficoltà.
Indipendenza economica che, a lungo negata e faticosamente conquistata, per molte oggi rischia di essere rimessa in discussione a causa della pandemia.

Secondo gli ultimi dati di Un Women, agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di emancipazione femminile, la pandemia di Covid-19 quest’anno “potrebbe spazzare via 25 anni di passi avanti nel campo dell’uguaglianza di genere”.
Essendo impiegate principalmente nel settore dei servizi, che a causa del virus ha dovuto ridimensionare o interrompere molte delle sue attività, come la ristorazione e il turismo o la moda, le donne sono quelle che hanno pagato e continuano a pagare il prezzo più alto. In Italia, l’Istat conta 470mila occupate in meno nel secondo trimestre del 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e attesta il tasso di occupazione femminile fra i 15 e i 64 anni intorno al 48,4%, contro il 66,6% di quello maschile. Negli Stati Uniti, secondo i dati del National Women’s Law Center, sono 2,2 milioni le donne che hanno perso il lavoro e almeno una donna su quattro sta valutando la possibilità di ridimensionare o abbandonare la propria carriera.

Questo perché?
Principalmente per due motivi.

Il primo è legato ad una concezione del lavoro femminile. Il “gender pay gap”, ovvero la differenza che esiste tra gli stipendi che ricevono gli uomini e le donne a parità di mansioni, porta a percepire il lavoro femminile come non essenziale nell’economia familiare. Infatti, secondo uno studio europeo, nel 2019 le donne hanno guadagnato l’11.7% in meno all’ora rispetto agli uomini. In più, i primi tagli operati dalle aziende hanno risparmiato i contratti a tempo indeterminato, spesso rivolti più agli uomini che alle donne. Molte infatti sono assunte part-time, contratti decisamente meno remunerativi ma più comodi per gestire altri impegni.


E questo ci porta a parlare dell’altro annoso problema emerso durante questa pandemia, quello del lavoro non retribuito. Se già prima dell’arrivo del virus, le donne contavano circa tre quarti dei 16 miliardi di ore di lavoro non remunerato svolte ogni giorno in tutto il mondo (cura della casa, dei figli, degli anziani della famiglia, …), adesso, come illustrano le Nazioni Unite nel loro studio, quella cifra è diventata ancora più alta. La vicedirettrice esecutiva di UN Women, Anita Bhatia ha dichiarato in un’intervista rilasciata alla BBC che esiste il ““rischio reale di tornare agli stereotipi di genere degli anni ‘50”.


Per non parlare dell’impatto che tutto questo ha sulla salute mentale delle donne. Secondo uno studio che ne ha coinvolte 10 milioni provenienti da ogni parte del mondo, i problemi di salute mentale legati alle conseguenze della pandemia hanno riguardato il 27% delle donne, a fronte del 10% degli uomini.

Il tema comunque non è passato inosservato. Se n’è parlato molto sui giornali e tanti Paesi hanno fatto dichiarazioni in merito, promettendo di impegnarsi per risolvere questo problema.
L’indipendenza economica per le donne è stata e continua ad essere un passo importante verso l’emancipazione da un genere maschile che le ha spesso considerate un fardello. Donne che sono state costrette a sottomettersi e a subire per secoli gli abusi degli “uomini della famiglia”, padri, zii, fratelli, mariti, perché incapaci di contribuire economicamente al bilancio familiare.
Speriamo davvero non si torni indietro.

Eleonora Panseri

Molestia e corteggiamento: differenze

Correva l’anno 2018 quando Catherine Deneuve, con un centinaio di donne francesi, firmava una lettera per contestare la caccia alle streghe innescata dal #MeToo. L’attrice incorreva nel solito errore: l’inversione del carnefice con la vittima. Anche se sono passati due anni, credo che questo argomento non sia mai troppo dibattuto, anzi, forse troppo poco. Già allora avevo provato a pensare a una risposta, questo è il risultato:

Gentili Madame Deneuve e simpatizzanti,

penso che la libertà di corteggiare nulla abbia a che fare con il diritto delle donne di essere rispettate. Nessuno si sognerebbe mai di indentificare come poco di buono un uomo che tenti di sedurre una collega senza essere corrisposto. Intelligenza vuole che il malcapitato sappia comprendere, nonostante l’insistenza, quando non è il caso di andare oltre. Tantomeno sembra opportuno accostare un tentativo di rimorchio ad una violenza sessuale. A dimostrazione del fatto che le femministe non sono nemiche degli uomini, anche loro corteggiano, seducono. Anche loro non vengono corrisposte. La maggior parte di loro non diventa violenta se rifiutata. Credo nessuna abbia mai palpeggiato un ragazzino sulla metropolitana. Perché se è questo il messaggio che vogliamo trasmettere alle giovani donne della nostra epoca, significa che dobbiamo rassegnarci a salire su un mezzo pubblico consapevoli che, se non riusciremo a raggiungere quel dannato posto a sedere, un uomo molto più vecchio si posizionerà dietro di noi per tastare la consistenza del nostro fondoschiena. Questo nella migliore delle ipotesi ovviamente. Altrimenti, se siamo fortunate, potremo sentire il suo membro variare di consistenza mentre si struscia contro il nostro corpo. Esperienza veramente esaltante, di cui sentirsi lusingate. Perché d’altronde rientra nel corteggiamento che gli uomini possono riservarci giusto? È un loro diritto rendere spiacevole il nostro viaggio verso casa, dopo una giornata di fatiche. Perché sostanzialmente la donna è stata creata per essere apprezzata dall’uomo, un gioco a suo esclusivo beneficio e consumo. Poco importa che ci faccia sentire un oggetto sporco e abusato, spesso sbagliato. Piacere prima di tutto. Essere accondiscendente di fronte alle pulsioni dell’uomo come diretta conseguenza. Insegniamo alle nostre figlie che se un giorno un collega farà loro una battuta pesante sulla loro scollatura non è perché stia loro mancando di rispetto, certo che no! Sta semplicemente facendo un apprezzamento, le sta corteggiando. Hai raggiunto il tuo obiettivo tesoro! Gli piaci, riesci a far venire fuori la bestia vittima delle proprie pulsioni sessuali che c’è in lui, ben fatto. E non ti preoccupare cara se, per ottenere quel posto di lavoro e mantenerlo nel tempo, dovrai sottometterti a favori sessuali a beneficio del tuo superiore. Un bel respiro e passa tutto in fretta. Alla fine ha scelto te no? Sei meglio delle altre, hai vinto. Cosa sarà mai un po’ di sesso con una persona che ti fa ribrezzo. In fondo ammettilo, ti piace pure.

Chiara Barison

Dismorfofobia e disturbi alimentari: la mia storia

Ho impiegato alcuni anni per capire cosa stava succedendo e ci ho messo altrettanto per chiedere aiuto quando ho capito che mi stavo autodistruggendo.
È iniziato tutto durante il primo anno di liceo.
Quel che ricordo della mia infanzia mi fa parlare di quel periodo come di un momento sereno della mia vita. Ero una bambina solare, allegra, spensierata. L’adolescenza invece ha portato con sé cambiamenti che ho faticato a gestire: l’umore era altalenante, ho preso e perso peso con estrema facilità, il mio corpo stava modificandosi in maniera disarmonica. A 13/14 anni ho iniziato a sentirmi sempre triste, insicura, vulnerabile.

C’è una frase che circola su Internet, dice: “you never know what someone is going through, so be kind” (“Non potrai mai sapere che cosa sta affrontando una persona, quindi sii gentile”). Io ne ho fatto un po’ il mio motto di vita perché credo che il più delle volte non ci rendiamo conto di quanto le parole influiscano sulle persone che incontriamo. Quello che diciamo o ci viene detto può modificare profondamente la percezione di chi ci circonda e di noi stessi.
Per tant* la dismorfofobia e i disturbi alimentari iniziano così, dopo qualche “parola di troppo”. È quello che è successo anche a me, anche se non ricordo con esattezza quali sono state le frasi scatenanti.

La dismorfofobia viene definita come sensazione patologica e irrealistica che una parte del corpo sia deforme, che il corpo abbia un difetto, ma chi l’ha vissuta o la vive potrebbe dirne molto di più. Questa si scatena spesso durante l’adolescenza perché questo è il momento in cui un individuo riconosce e afferma la propria identità. Sfortunatamente, per molt*, quasi per tutt*, il riconoscimento e l’affermazione di sé passano dall’approvazione dei coetanei. I riferimenti dell’infanzia, i “genitori” e gli “adulti” in generale, iniziano a diventare figure di sfondo, il parere degli amici e dei compagni di scuola inizia a contare molto di più.

Ora vi vorrei chiedere di far caso a quanto, soprattutto nei discorsi delle ragazze e delle donne, il tema del corpo e dell’alimentazione sia presente.
Oggi ho mangiato troppo!”, “Sai che sono a dieta?”, “Dovrei dimagrire…”, “Hai visto com’è dimagrita/ingrassata?”.
Quante volte avete sentito pronunciare queste frasi?
A 14 anni, quando sono arrivate le prime cotte e ho cominciato ad interrogarmi sul fatto che i ragazzi che mi piacevano potessero ricambiare i miei sentimenti, a pensare al mio corpo come ad un qualcosa che avrebbe dovuto attrarre l’altro sesso, sono stata sommersa da questo tipo di commenti, fossero essi rivolti a me o ad altr*.

Da qualche anno l’ideale estetico – che in quanto tale cambia nel corso dei secoli, dovremmo mettercelo bene in testa – è quello della magrezza. Questa viene considerata come una sorta di valore aggiunto alla validità di una persona.
E tu, ragazzina di 14 anni, vista la valanga di modelli che ti vengono proposti, inizi a pensare che se non sei abbastanza magra, se non sei come quel modello che ti viene proposto, non verrai considerata interessante o bella e non piacerai a nessuno.

Due patologie indicate come conseguenze della dismorfofobia sono la depressione e l’ansia. Posso dire di aver vinto il jackpot. Non mi stupisco del fatto che io riesca a ridere su temi così seri e gravi perché oggi, anche se lo spettro di quegli anni mi accompagna ancora, nella maggior parte dei casi riesco a mantenere la lucidità che mi serve e ha guardare tutto questo dall’esterno.
Ma ai tempi però facevo diete massacranti per poi mangiare di nascosto tutto quello che trovavo quando nessuno poteva vedermi per riempire un vuoto, un’insoddisfazione, una tristezza che non riuscivo a spiegarmi e a spiegare.
Dopo mi aggrediva l’ansia: avevo “peccato”, dovevo rimediare all’errore. Le prime volte mi sentivo male e vomitavo spontaneamente. Poi il mio corpo ha cominciato ad abituarsi e il vomito sono arrivata a provocarmelo da sola.
Ho scoperto solo tempo dopo che questa cosa si chiama “bulimia”.

Quello che fatico a fare oggi è ripensare alla sofferenza che ho causato a me stessa ma, in primis, alla mia famiglia. Mio padre ancora ricorda quella volta che a cena scoppiai a piangere perché avevo fame. Ero riuscita a perdere tanti chili facendomi seguire da una persona che non era nemmeno titolata per farlo. Ai miei occhi tuttavia era più che valida perché capace di far dimagrire tanto e in poco tempo una ragazza che conoscevo e io volevo più di ogni altra cosa che le nostre amicizie in comune e tutti gli altri mi ammirassero come avevano iniziato a fare con lei. Papà mi portava in quello studio non senza timore e molte perplessità ma lui, nel suo immenso amore per me, voleva solo vedermi felice. Quella dieta mi affamò, nel vero senso della parola, arrivai a piangere davanti ai miei genitori perché non ce la facevo più.

Sono andata avanti così per tre anni. Non avevo parlato a nessuno, nemmeno ai miei amici più cari, di quello che mi stava succedendo. Mi vergognavo. Un giorno però il vaso di Pandora si è aperto e tutto lo schifo che sentivo dentro è riuscito ad uscire. I miei genitori mi hanno aiutato: l’amore, la fiducia, il rispetto che abbiamo sempre provato l’uno per l’altra mi hanno aiutato a capire il problema e a parlarne.

Ho finito il liceo e durante gli anni dell’università ho iniziato a fare tanto sport che in parte mi ha aiutato ma sono cascata in un’altra trappola, quella dell’ortoressia.
Mi allenavo anche se non avevo voglia, contavo i macronutrienti e controllavo le calorie delle cose che mangiavo. Nel mio corpo potevo solo introdurre ciò che era “sano”, mangiavo “schifezze” a fatica e agli “sgarri” seguivano momenti di puro terrore, nei quali il senso di colpa mi massacrava. Non vomitavo più però continuavo ad essere insoddisfatta, ad odiare il cibo e a colpevolizzarmi.
Per fortuna, questo periodo è durato solo un anno. Poco dopo ho avuto una relazione che mi ha permesso di mollare un po’ la presa, di smetterla di cercare di avere continuamente il controllo sul mio corpo. E, proprio grazie a questa, ho anche capito che non potevo continuare a far risolvere i miei problemi dagli altri.

Ho capito che non ci sarà sempre qualcuno a tirarmi fuori da queste situazioni e mi sono detta che dovevo capire come salvarmi da sola perché il critico più feroce di me stessa ero io, ero diventata mia nemica. Dovevo imparare a smetterla di darmi addosso, ad essere meno implacabile nel dare giudizi su di me.

Andare in terapia mi ha aiutato e avere qualcuno con cui posso capire tante cose di me mi ha fatto solo bene. Penso che, se così non fosse, non parlerei di queste cose con così tanta libertà. Oggi ho un rapporto molto più sereno con il cibo e con me stessa, non mi odio più.
Se riguardo le foto di quegli anni mi vedo molto “più magra” di quanto posso essere adesso ma so che dentro di me ero tutt’altro che felice. E mi disprezzavo perché non riuscivo a smettere di mangiare per essere quella versione di me che pensavo gli altri avrebbero apprezzato, amato, non pensavo a quello che volevo io.
Oggi sto meglio, anche se so che con tutto questo continuerò a conviverci forse per sempre. Non nego che mi fanno ancora effetto certi commenti ma oggi riesco a non fissarmi su certi pensieri, lascio andare tante cose.


Vorrei che questa storia riuscisse ad aiutare qualcun altro a farlo e che, sì, le cose andranno meglio.

Vorrei dirvi che voi siete molto di più: più di un corpo, più delle vostre imperfezioni, più di quello che potrebbero dire gli altri sul loro o sul vostro peso. Anche io sbaglio e spesso sono ancora vittima di questo tipo di logiche. Ma tutti insieme dovremmo iniziare a smettere di fare continui commenti sul peso nostro e delle altre persone. Smettere di dire: “sei dimagrita!” come se fosse una vittoria personale – anche perché si dimagrisce o si ingrassa per così tanti fattori che potremmo stare qui a scrivere un altro milione di parole-, o “ma no, dai, stai bene!” con quel tono un po’ pietoso che implicitamente presuppone un “però potresti fare di più”.
Le parole contano e dovremmo pensare più alla nostra salute mentale e fisica che alla nostra immagine, dovremmo pensare più a “stare bene” nel complesso che all’ essere bell* o magr*, dovremmo pensare ad essere contenuto piuttosto che contenitore.

Concludo aggiungendo che, se avete bisogno di aiuto, se sentite che la situazione vi sta sfuggendo di mano, fatevi aiutare. Non c’è niente di sbagliato nel chiedere aiuto: non siete imperfetti o deboli, siete umani.

Sarebbe bello riuscire a fermare questa tendenza all’omologazione dei corpi che fa male a tantissime ragazze e donne (ma anche a tanti uomini) perché penso non ci sia cosa più bella di un mondo dove ognuno possa essere libero e orgoglioso di se stesso, senza bisogno di fare dannosi sacrifici.
Dove sia possibile farsi conoscere e amare semplicemente per quello che si è.

Eleonora Panseri

Argentina, decisione storica sull’aborto: primo passo verso la legalizzazione

Buone notizie dall’Argentina. Dopo una seduta iniziata il 10 dicembre alle ore 11 e conclusasi dopo 19 ore, la Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge per la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza. Una pratica, quella dell’aborto, ammessa al momento solo nel caso in cui la salute della donna sia in pericolo o in caso di stupro. Per passare all’esame del Senato, dove nel 2018 il disegno era stato bocciato, erano necessari 129 voti favorevoli. L’esito della discussione ne ha portati ben 131 a favore. Contro 117, solo 6 gli astenuti.

Ci sono buone possibilità che il documento ottenga un secondo “Sì”, visto che il testo originario è stato modificato rispetto a quello proposto in precedenza. L’inserimento dell’obiezione di coscienza, contestata dai movimenti femministi, e il sostegno del partito al governo sono due elementi che potrebbero fare la differenza. Infatti, il progetto di legge è stato presentato con l’appoggio del presidente Alberto Fernández a metà novembre insieme a quello per l’assistenza sanitaria e la cura di quante, al contrario, decidono di portare a termine la gravidanza.

La gioia dei movimenti femministi e di migliaia di persone è esplosa per le strade di Buenos Aires, al grido di “In questa lotta, ci siamo tutte!”. Sventolano in aria fazzoletti verdi, scelti come simbolo del diritto all’aborto legale.

Quello dell’aborto è infatti un problema serio e un tema molto sentito nel paese e in tutto il Sud America. Sono migliaia le ragazze minorenni alle quali non viene garantito il diritto di interrompere la gravidanza e costrette a dare alla luce il frutto delle violenze. La resistenza proviene soprattutto da esponenti della Chiesa cattolica, presenza molto forte in molti paesi sudamericani. È infatti di qualche settimana fa la notizia delle proteste di gruppi anti-abortisti contro l’interruzione di gravidanza di una bambina di dieci anni, rimasta incinta dopo essere stata stuprata dallo zio in Brasile. L’Argentina femminista, e noi con lei, resta con il fiato sospeso nella speranza che la proposta divenga finalmente legge.

Eleonora Panseri

Partenogenesi: quando il maschio non è indispensabile

Emma Dante, da abile artista poliedrica, ha portato sul palco la partenogenesi con la forza che solo una provocazione può avere. Letteralmente dal greco παρϑένος “vergine” e γένεσις “generazione”, indica un modo di sviluppo dell’uovo che prescinde dalla fecondazione. Invertendo il sesso tra i Medea e Giasone di Euripide la Dante crea un paradosso: lei è l’uomo che rinfaccia di non averle chiesto il permesso di sposare un’altra donna. Lui invece esprime il desiderio di procreare da solo, attribuendosi una capacità esclusivamente femminile. Che un uomo parli di partenogenesi è quasi un affronto.

Gli esempi di partenogenesi in natura sono diversi: le più famose a ricorrervi sono le api. L’ape regina esercita un controllo capillare sulle nascite decidendo se ha bisogno di più femmine operaie o di maschi: nel primo caso fa fecondare le uova, nel secondo invece attua la partenogenesi. Infatti, limitandosi i maschi all’attività riproduttiva o poco più, ne è sufficiente un numero minore rispetto alle laboriose femmine. In questo modo, si riesce a mantenere un equilibrio perfetto misurato sulle necessità dell’alveare.

Ma veniamo al genere umano. Molte donne si imbattono in un dilemma insormontabile: il desiderio di maternità frustrato dal non aver trovato un partner adatto. Anche se è biologicamente impossibile, proviamo ad immaginare un mondo in cui le donne possano decidere di tramandare il proprio patrimonio genetico in totale autonomia. Intendo una totale autonomia: nessuna donazione di gameti, ma una vera e propria autoclonazione. Partenogenesi, come le api. Fantastico no? Basta sentirsi fare la ramanzina dalla zia di turno che, siccome ha sopportato a malincuore il marito per cinquant’anni, non si capacita del fatto che tu non sia riuscita a trovare un uomo con il quale procreare. D’altronde, i cinque figli che le ha donato sono la luce dei suoi occhi. Annichilirsi per stare accanto ad un uomo è un concetto che va sempre meno giù alle nuove generazioni di donne. Costituire una famiglia composta da madre e figlio/i farebbe quindi gola a tante.

Ma il sesso? Beh, nulla toglie che si continui a praticare a scopo ludico. Puro divertimento, fatto alla maniera che agli uomini è concessa da secoli. “Tanta ginnastica e poche responsabilità”, sicuramente è questo il motto di chi tramanda il proprio patrimonio genetico senza assumersene la paternità. La maternità invece molte donne vorrebbero prendersela a piene mani senza interferenze maschili, come il Giasone di Emma Dante.

In tutto questo, però, bisogna dare a Cesare ciò che è di Cesare. I maschietti che decidono di farsi carico del ménage familiare sono sempre di più. Ultimamente abbiamo assistito a licenziamenti illustri: Mr. Zalando ha lasciato la co-presidenza del colosso dello shopping online per occuparsi dei figli permettendo alla moglie, giudice, di coltivare la propria carriera. Poi c’è Douglas Emhoff, marito della Vicepresidente eletta degli Stati Uniti Kamala Harris, che ha deciso di lasciare il prestigioso studio legale del quale era partner. Si parla di privilegiati, questo è vero, ma i comuni mortali si accontentano di molto meno. Basterebbe un congedo di paternità ben pensato, così da permettere alle madri, se non di arrivare a ricoprire prestigiose cariche, almeno di garantirsi l’indipendenza economica per la quale le nostre nonne hanno lottato tanto. Ma, soprattutto, non rimpiangere di non essere nate api.

Chiara Barison

Olympe de Gouges e la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”

Una femminista ante litteram, Olympe De Gouges è stata senza dubbio questo e non solo. La sua storia merita di essere raccontata anche se Olympe, nata Marie Gouze a Montauban il 7 maggio 1748, ha per molto tempo subito la sorte di altre donne prima e dopo di lei. Infatti, se la storia, quella con la “s” maiuscola, è da sempre considerata il prodotto dell’azione degli uomini, tanti sono i nomi delle donne a lungo dimenticate o volutamente epurate dalla narrazione ufficiale. Fortunatamente, il lavoro di molt* studios*, soprattutto nel secondo dopoguerra, ha permesso a posteriori di riscoprire le vicende di quante contribuirono, seppur tra mille difficoltà, a cambiare il mondo. Ho avuto la fortuna di “conoscere” Olympe de Gouges soltanto all’università ma spero che nei programmi di elementari, medie e licei vengano presto inserite anche figure femminili di questo livello.

La madre di Marie, Anne-Olympe Mouisset, della quale la figlia deciderà in seguito di portare il nome, si sposa nel 1737 con il commerciante Pierre Gouze. Olympe assume quindi il cognome di Pierre, che poi modificherà in “Gouges” e al quale aggiungerà il “de”, ma la madre le confida presto di essere la figlia naturale del poeta Jean-Jacques Le Franc de Pompignan che tuttavia non la riconobbe mai, anche se espresse più volte il desiderio di occuparsi della sua educazione, proposta che Anne rifiutò categoricamente.
Sposatasi appena sedicenne, nel 1765, con Louis-Yves Aubry, Olympe rimase subito incinta e, dopo poco tempo, vedova. Deciderà di non risposarsi mai.
Nel 1770 lascia Montauban col figlio Pierre, futuro generale dell’esercito della Repubblica, per raggiungere a Parigi, città in cui il figlio avrebbe potuto avere un’educazione adeguata. Spesso additata come “cortigiana” o “prostituta”, in realtà, Olympe non conduce una vita dissoluta. Ha diverse relazioni con uomini che la mantengono e grazie ai quali riuscirà ad inserirsi nel mondo borghese e ad affermarsi come scrittrice e drammaturga con una compagnia propria ma la sua vita privata non sarà mai oggetto di scandalo.

Infatti, sono soprattutto le battaglie politiche da lei promosse a favore delle categorie più deboli della società francese del tempo, le donne, i neri, i bambini, gli anziani e i poveri, che attrarranno su di lei le ire dei sostenitori del Terrore post rivoluzionario. Ma è proprio la sua visione politica che la rende il personaggio incredibile che è e che merita di essere conosciuto.
Dal 1788 inizia a pubblicare i suoi scritti, nei quali vengono espresse idee estremamente progressiste per l’epoca. Olympe si batte infatti non solo per il riconoscimento dei diritti delle donne, escluse dopo la Rivoluzione dagli organi decisionali della nuova Repubblica, ma anche per l’abolizione della schiavitù e per la creazione di una rete di strutture di accoglienza per orfani e anziani.

Lo sguardo lucido e moderno che Olympe getta sulla realtà delle donne del suo tempo si palesa anche nel suo scritto più noto, la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” del 1791, uscita un paio di anni dopo la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” (1789). La “Dichiarazione” di de Gouges è infatti estremamente critica verso la versione “maschile” del documento, nel quale la donna non viene considerata. Come può la donna essere “cittadino” se le disparità sociali, politiche ed economiche che caratterizzavano la sua condizione, rispetto a quella molto più libera dell’uomo, le impedivano di partecipare attivamente alla vita pubblica e di decidere della propria vita privata? La libertà di opinione e di autodeterminazione, il diritto al voto e all’essere considerate parte di una società alla quale le donne contribuivano: queste erano le rivendicazioni alla base della dichiarazione. Rivendicazioni che, se non del tutto, almeno in parte, sono valide ancora oggi.

Nell’articolo 10 si legge: ” la donna ha il diritto di salire sul patibolo, essa deve avere pure quello di salire sul podio sempre che le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla Legge”. Il patibolo è purtroppo il luogo dove Olympe concluderà la sua esistenza. Verrà ghigliottinata il 3 novembre 1793, all’età di 45 anni, “per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso ed essersi immischiata nelle cose della Repubblica“.

Eleonora Panseri

Ph. Google Creative Commons

Sessismo linguistico, l’importante è parlarne

La nozione di sessismo linguistico (linguistic sexism) è stata elaborata negli anni ’60-’70 negli Stati Uniti. In quel periodo era infatti emersa la marcata discriminazione nel modo di rappresentare la donna rispetto all’uomo attraverso l’uso della lingua, e di ciò si discuteva anche in Italia soprattutto in ambito semiotico e filosofico. Nel 1987 esce un volume rivoluzionario, Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che allargò il dibattito all’ambito sociolinguistico e arrivò a interessare attraverso la stampa anche il grande pubblico.
Lo scopo del lavoro era politico e si riallacciava a quello di ristabilire la “parità fra i sessi”, attraverso il riconoscimento delle differenze di genere (inteso come l’insieme delle caratteristiche socioculturali che si legano all’appartenenza a uno dei due sessi).

Al linguaggio viene riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione sociale della realtà e, quindi, anche dell’identità di genere maschile e femminile: è perciò necessario che sia usato in modo non “sessista” e non privilegi più, come fa da secoli, il genere maschile né tantomeno continui a tramandare tutta una serie di pregiudizi negativi nei confronti delle donne, ma diventi rispettoso di entrambi i generi. Che cessi di avere, come afferma Sabatini, «un’impostazione “androcentrica”».

La lingua infatti manifesta e allo stesso tempo condiziona il nostro modo di pensare, incorpora una visione del mondo e ce la impone. Il pensiero è profondamente influenzato dal linguaggio che, a sua volta, influenza il pensiero stesso. Non solo l’esistenza di una parola riferita a una situazione o esperienza trasmette l’importanza dell’esperienza stessa, ma anche l’assenza di una parola suggerisce che non c’è niente che riguarda l’esperienza descritta che meriti di essere menzionato.

La lingua è viva e si modifica con il cambiamento della società:
se cambia la realtà cambia anche il linguaggio.

Un’azione diretta a modificare il linguaggio potrebbe sembrare artificiosa e privare la parola del senso di deposito della storia di un contesto sociale che tendiamo ad attribuirle. Ma è l’impellenza di un intervento sui costumi della disparità, tanto diffusi nel nostro Paese, che rende questa presunta artificiosità necessaria e tollerabile.
In un tempo in cui ancora ci troviamo a riflettere sui troppo numerosi femminicidi travestiti da delitti passionali, ci accorgiamo quanto siano importanti le parole che si riferiscono alle battaglie sostanziali perché si affermino modelli educativi e di comportamento in grado di mettere in comunicazione tra loro tutte le differenze, in primis quella tra uomini e donne.

La lingua è una struttura dinamica che cambia in continuazione, tuttavia la maggior parte della gente è conservatrice e mostra diffidenza, addirittura paura, nei confronti dei cambiamenti linguistici perché disturbano le proprie abitudini o sembrano una forzatura. Ciononostante, in modo del tutto contraddittorio, si accettano neologismi come “cassintegrato”, o inglesismi come “selfie”, “taggare” (da “tag”). Perché mai questi passano senza problemi? Forse perché non coinvolgono a livello profondo? O solo perché entrano nel linguaggio in modo subliminale senza che ce ne accorgiamo? Certo è che, posti davanti al problema se accettare o meno un cambiamento, spesso si assume un atteggiamento “moralistico” in difesa della lingua, vista come qualcosa di sacro e intoccabile. In realtà noi siamo tanto attivi quanto passivi nei confronti della lingua. Il processo di classificazione linguistica è dinamico perché la lingua ci offre sia le forme già codificate, sia una serie di operazioni che ci permettono di classificare nuovi contenuti o di riclassificare la nostra realtà.

Negli anni ci sono stati cambiamenti di tipo ideologico per parole riferite a classi e razze discriminate. Dopo l’olocausto, il termine “giudeo” fu sostituito dapprima da “israelita” e ora anche da “ebreo”; l’uso di “nero” anziché “negro” è entrato in Italia. Sono scomparsi dalla lingua ufficiale e da quella quotidiana termini quali “facchino”, “mondezzaro”, “spazzino”, sostituiti da “portabagagli”, “netturbino”, “operatore ecologico”. Molti di questi cambiamenti non si possono definire spontanei, ma sono frutto di una precisa azione socio-politica, che dimostra l’importanza che la parola ha rispetto alla realtà sociale e il fatto che siano già stati assimilati significa che il problema è diventato di senso comune o che, quantomeno, la gente si vergogna di poter essere tacciata come classista o razzista.

Quando ci si vergognerà altrettanto di essere considerati sessisti molti cambiamenti diverranno realtà normale. Qual è dunque la ragione di questo atteggiamento linguistico? Le risposte più frequenti fanno riferimento all’incertezza di fronte all’uso di forme femminili nuove rispetto a quelle tradizionali maschili (è il caso di “ingegnera”), la presunta bruttezza delle nuove forme, o la convinzione che la forma maschile possa essere usata tranquillamente anche in riferimento alle donne. Ma ciò non è vero, perché maestra, infermiera, modella, cuoca, nuotatrice, ecc. non suscitano alcuna obiezione: nessuno definirebbe mai Federica Pellegrini nuotatore. Termini come “architetta”, “assessora”, “avvocata”, “chirurga” vengono spesso bollati come cacofonici. Si tratta di nomi che indicano lavori o cariche in passato riservati agli uomini, ma perfettamente regolari dal punto di vista grammaticale. La parola “avvocata”, poi, indica la Madonna nella preghiera “Salve Regina”. Allora il problema qual è? È davvero la parola a suonare male o il fatto che le donne scelgono carriere diverse dal passato? Le resistenze all’uso del genere grammaticale femminile per molti titoli professionali o ruoli istituzionali ricoperti da donne sembrano poggiare su ragioni di tipo linguistico, ma in realtà sono, celatamente, di tipo culturale.

In una concezione della lingua come depositaria di cultura, come prodotto della società che la parla, appare vano tentare di modificare la lingua e pretendere che sia un tale cambiamento a influenzare la società, se questa è stata ed è ancora una società sessista. Ma se è invece vero che la realtà sociale italiana è in via di modificazione, la discussione di quegli aspetti della lingua e del discorso che non riflettono ancora tale realtà e che anzi perpetuano stereotipi è quanto mai necessaria.

di Anna Miti

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A cosa è servito il #MeToo: da Hollywood all’ondata cinese

Xianzi, al secolo Zhou Xiaoxuan, è una delle poche donne cinesi ad aver ottenuto l’avvio di un processo per molestie sessuali contro un intoccabile della tv di Stato di Xi Jiping. Ventisette anni, il suo calvario è iniziato nel 2014 quando – durante uno stage – è stata palpata e baciata contro la sua volontà dal noto conduttore Zhu Jun. Anche lui, come il suo predecessore hollywoodiano Harvey Weinstein, deve l’interesse della stampa generalista mondiale alle sue abitudini da predatore sessuale.

Il caso – Aggredita mentre lavorava negli studi televisivi del canale CCTV, Zhou trova il coraggio di rendere pubblico l’accaduto solo nel 2018 pubblicando un lungo post online. L’accusa diventa poi virale grazie all’amica Xu Chao che la condivide via Weibo (piattaforma social cinese simile a Facebook). Da quel momento inizia la battaglia legale in cui Zhu Jun risulta già parzialmente sconfitto. Infatti, rigettando ogni accusa mossa contro di lui, fa causa a Xianzi e Xu Chao per diffamazione. La richiesta viene però archiviata dai giudici cinesi. Ora l’accusato è lui: se venisse condannato dovrebbe porgere pubblicamente le sue scuse e versare 50 mila yuan (sei mila euro circa) a titolo di risarcimento a favore della vittima.

I precedenti – Per un contesto come quello cinese, il solo fatto che l’imputato sia un personaggio pubblico è un traguardo enorme. Così come l’aver catalizzato la mobilitazione internazionale. Infatti, a differenza del #Metoo statunitense, in Cina le prime a prendere posizione contro gli abusi subiti dalle donne sono state le studentesse universitarie, facendo molto meno rumore delle attrici famose. Nel 2018, la ricercatrice Luo Qianqian è la prima a pubblicare la sua storia su Weibo con l’ashtag #WoYeShi (traduzione cinese di #MeToo). Le manifestazioni di protesta sono mal tollerate dal regime comunista, che risponde attuando la linea dura della repressione arrestando diverse attiviste.

La forza della condivisione – Xianzi individua proprio nel diffondersi del movimento #MeToo ciò che le ha dato la forza di denunciare. Lei stessa afferma che nel 2014 i poliziotti ai quali si era rivolta hanno tentato di dissuaderla dal denunciare un uomo famoso e potente. Lo stesso schema è stato smascherato dal giornalista Ronan Farrow, che del #MeToo ha fatto un libro (“Predatori. Da Hollywood a Washington, il complotto per ridurre le vittime di abusi al silenzio”, pubblicato in Italia da Solferino). Dall’inchiesta emerge chiaramente quanto la violenza sulle donne sia fondata sull’assuefazione all’intimidazione. Tra le vittime di Weinstein c’è Emily Nestor, due lauree e l’ambizione di dirigere uno studio di produzione. «La disinvoltura e la mancanza di inibizione delle molestie che aveva subito le avevano fatto pensare che si trattasse di un comportamento abituale», racconta Farrow «e la reazione incontrata quando le aveva denunciate l’aveva amareggiata. Ma aveva paura di una rappresaglia». Emily è stata oggetto di insistenti avance non richieste sul luogo di lavoro. Dopo aver segnalato l’episodio alle Risorse umane della Miramax, ha scoperto che la tutela era tutta una farsa. A causa del trauma subìto lascia il suo lavoro e abbandona completamente l’idea di fare carriera nel mondo dello spettacolo. Nonostante l’episodio di molestie risalga al 2014, trova il coraggio di parlare solo qualche anno dopo. Si è spesso chiesta: «È così che gira il mondo?». A piccoli passi, forse il mondo inizia a girare nel modo giusto anche per le donne: nel codice civile cinese le molestie sessuali sono state inserite solo nel 2005, mentre la definizione precisa è arrivata a maggio 2020. Inoltre, a partire da giugno 2021 le scuole saranno tenute ad inserire lezioni di educazione sessuale.

Chiara Barison

Fischio d’inizio di Frappart, primo arbitro donna in Champions League

Il match di Uefa Champions League Juve-Dinamo Kiev di stasera, 2 dicembre, inizierà alle 21 all’Allianz Stadium di Torino e sarà sicuramente un incontro interessante. Parlare di questa partita e di calcio su un blog femminista è importante per due motivi. Da un lato, perché è ora di abbattere lo stereotipo della donna incapace di seguire, capire e commentare una partita di calcio. Come ci sono donne che, sì, non hanno interesse per la materia, ce ne sono tante altre che sono davvero ferrate e appassionate (ne conosco diverse). Dall’altro, perché la partita di stasera potrebbe costituire, lo spero, un importante precedente per l’emancipazione femminile in ambito sportivo. Infatti, ad arbitrarla ci sarà Stéphanie Frappart, 37 anni, il primo arbitro donna a dirigere una partita di Champions League.

A parte il fatto che mi piacerebbe chiamarla “arbitra” (ma quella del “linguaggio di genere” è tutta un’altra storia), il mondo del calcio, soprattutto in ambito popolare, ha sempre opposto una certa resistenza quando si parla del binomio “donne e pallone”.
Le “icone”, i grandi “miti” di questo sport sono stati e sono maschili, anche quando a livello umano non vantano curricula altrettanto splendenti. Basti pensare a Maradona: sportivo incredibile ma uomo certamente perfettibile. E bisogna dirlo: quello dell’arbitro, che sia esso uomo o donna, è sempre un ruolo molto spinoso.  

Eppure, sembra che qualcosa stia lentamente cambiando, le donne stanno conquistando nel mondo del pallone posizioni sempre più importanti. Penso, per esempio, a Sara Gama, “capitana” della Juventus e dell’Italia femminile, che a 31 anni è diventata la prima donna vicepresidente dell’Associazione Italiana Calciatori. Il 30 novembre Gama è stata dunque chiamata a ricoprire un ruolo al vertice. Insomma, entrando “a gamba tesa”, per usare una metafora calcistica, le donne possono e devono farcela anche nel mondo del pallone.

Riguardo alla notizia sulla scelta di Frappart, i commenti sui social si sono divisi in maniera abbastanza equa: c’è chi applaude la scelta e spera, come me, che questa possa essere una “piccola grande svolta” e chi ha invece fatto obiezioni o, peggio, deriso l’arbitro, riportando in auge le classiche battute su “le donne che non vanno contraddette”, che “vogliono avere sempre ragione”, o parlando del eccesso di zelo che “sicuramente” l’arbitro avrà per dimostrare che “anche se donna” lei quel posto se lo merita.
Io credo che, per rispondere a tutte le perplessità che ciclicamente si ripresentano ogni qualvolta una donna riesce ad “intromettersi” in un ambito considerato dai più prettamente maschile, basti citare le parole di Frappart stessa. Dall’alto della sua lunga e qualificata carriera, l’arbitro ha voluto mettere a tacere qualsiasi tipo di polemica in questo modo: «La competizione tra squadre e il gioco del calcio non cambiano: rimangono gli stessi, chiunque sia l’arbitro».

Sintetica ma efficace.

Eleonora Panseri

(IM)POSSIBILI SCENARI: se Maradona fosse nato donna

Confesso i miei peccati sin da subito: non mi piace il calcio, non capirò mai il fuorigioco e non disdegno il rosa. Proprio il cliché della femmina un po’ ottusa. Fatte queste doverose premesse, mi permetto di fare lo stesso una riflessione. Negli ultimi giorni non si parla d’altro: Diego Armando Maradona ha lasciato questo mondo. Icona del nostro tempo, ha incarnato i vizi e le virtù di una società che cerca disperatamente la rettitudine ma non riesce mai a resistere al fascino della ribellione e dell’eccesso. Con mia grande sorpresa, la luce del Pibe de oro ha abbagliato anche me e mi sono fatta una domanda, forse banale: ma che vita avrebbe avuto Diego se fosse nato donna?

Il fuoriclasse argentino è nato nel 1960 in una condizione di povertà estrema. Quinto dopo quattro figlie, è stato accolto dai suoi genitori come una benedizione. Lui stesso ha avuto modo di ribadire che suo «papà estaba cansado de mujeres». Diego Maradona Senior era stanco di avere figlie, viste come una condanna. Le femmine davano preoccupazioni, bisognava trovare a tutte un marito e le occasioni di concludere un buon matrimonio si riducevano in modo direttamente proporzionale al livello di miseria in cui versavano le promesse spose. La madre stessa, forse consapevole della sorte destinata alle donne nate nella sua terra, lo venererà come un bambino prodigio anche quando sarà troppo cresciuto e segnato dai suoi tormenti.

E poi il calcio, lo sport maschile per eccellenza da sempre, negli anni ’60 non avrebbe mai potuto rappresentare l’occasione di riscatto per una giovane donna. I primi mondiali femminili si sono celebrati nel 1991, l’Argentina parteciperà per la prima volta con la sua nazionale in rosa a partire dalla seconda edizione, tenuta nel 1995 in Svezia. La scalata al successo di “Dieguita“, quindi, non sarebbe probabilmente mai iniziata. O almeno, non segnando i gol che hanno fatto sognare intere generazioni. Oltretutto a Diego, prima o dopo, è stato perdonato tutto. L’assoluzione che si concede tipicamente ai geni che, proprio grazie al loro genio, possono permettersi tutti i colpi di testa che vogliono. «La pelota fué mi salvación» dirà Armando una volta famoso e consapevole dell’opportunità immensa che il suo talento gli aveva offerto. Per le donne non funziona e non ha mai funzionato così.

Così mi è venuta in mente Tonya Harding, la prima pattinatrice statunitense ad eseguire un triplo axel. Certo, il pattinaggio artistico non è il calcio. Ma le persone sono straordinarie a prescindere dalla competizione nella quale gareggiano. E il talento è talento. Anche Tonya è nata nella miseria, dieci anni dopo Dieguito, in un Paese che a differenza dell’Argentina era ed è una potenza mondiale. La sua povertà sarà però una condanna, portata come un fardello impossibile da far volteggiare in pista. Tonya non sarà mai abbastanza: per sua madre, per essere amata, per brillare nel panorama sportivo internazionale. Nonostante abbia vinto la sua prima gara a soli quattro anni, non le verranno mai perdonati i costumi che si fabbricava da sola. E nemmeno la tenacia rovente con la quale aggrediva il ghiaccio. Determinazione scambiata per mancanza di grazia. Tonya faceva troppo rumore. Non è mai stata la presenza docile e leggera che i giudici di gara si aspettavano che fosse, pretendevano che fosse. Non ha mai incarnato la fidanzata d’America. Ed è stata duramente penalizzata. Nella vita così come in gara.

Negli anni in cui Maradona si prodigava per diventare leggenda, Harding vedeva andare in fumo la sua carriera. Quasi come se il mondo non avesse aspettato altro per farla sparire dalla scena.

Ricordo di aver sentito dire che il pubblico ha bisogno di scegliere qualcuno da amare e qualcun altro da odiare: ha scelto per l’ennesima volta di odiare una donna.

Chiara Barison

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Perché parlare ancora di “femminismo”?

Questa domanda si sente ripetere spesso da un po’ di tempo a questa parte. Esiste ancora la necessità di parlare di “femminismo” in un mondo in cui “le donne hanno ormai raggiunto la parità”? Il termine stesso è arrivato ad assumere in certe occasioni una connotazione negativa e l’aggettivo “femminista” ad essere usato anche come “insulto”: “NON SARAI MICA UNA DI QUELLE FEMMINISTE?”.

La verità è abbastanza evidente, anche se, forse, non agli occhi di tutti: la parità, reclamata proprio dalle femministe nel corso dei decenni, è stata raggiunta solo in alcuni ambiti. In tanti altri la si è raggiunta in parte, in molti casi non esiste.

Va anche detto che “la parità”, intesa in senso stretto, può essere un’arma a doppio taglio: ciò che viene ritenuto valido per un uomo potrebbe non esserlo per una donna. Non è soltanto la parità quello che il femminismo ha chiesto da sempre e che continua oggi a chiedere, quanto piuttosto che il mondo smetta di essere un posto non adatto o ostile per il genere femminile.

Il motivo per cui crediamo sia necessario oggi parlare di femminismo e dare voce alle donne di ogni età, cultura ed estrazione (da questo desiderio nasce “Quote rosa”) è perché la vita per molte di esse può ancora essere un inferno. E, chi più, chi meno, spesso inconsciamente, tutte sperimentiamo diversi tipi di oppressione, tutte siamo spesso chiamate a giustificare le nostre scelte di fronte a quella cosa che tanti faticano a riconoscere e nominare chiamata “patriarcato”. Il modo in cui ci prendiamo cura di noi stesse, in cui ci vestiamo, quello con cui approcciamo l’altro sesso e la nostra sessualità, le nostre decisioni lavorative e personali: tutto viene analizzato e giudicato secondo un filtro che ci impedisce di fare scelte libere. Veniamo fin da bambine educate, condizionate, portate a credere che il mondo sia un posto dove i “maschi” possono fare e noi rimanere sullo sfondo a battere le mani. Quelle che rifiutano questo ruolo subalterno, quelle che “ce la fanno”, vedono i loro meriti a volte ridimensionati, se non proprio sviliti, e si tace sul fatto che loro, le donne che hanno sfondato il “soffitto di cristallo”, sono il più delle volte costrette a fare rinunce che all’uomo non verranno chieste mai. E il successo non risparmierà loro la critica costante, anzi, al minimo passo falso verranno immediatamente messe al rogo.

Tutto questo potrà sembrare un vuoto sproloquio ma saranno proprio i contenuti del nostro blog a raccontarvi cosa significa vivere una vita da “quote rosa” in un mondo dove il prototipo ideale è un uomo.
Lo diremo noi e lo diranno altre voci di donne che potranno raccontare la loro esperienza su questa piattaforma.

Fiere di essere donne, fiere di essere “femministe”.

Chiara ed Eleonora, “Quote Rosa”

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