A cosa è servito il #MeToo: da Hollywood all’ondata cinese

Xianzi, al secolo Zhou Xiaoxuan, è una delle poche donne cinesi ad aver ottenuto l’avvio di un processo per molestie sessuali contro un intoccabile della tv di Stato di Xi Jiping. Ventisette anni, il suo calvario è iniziato nel 2014 quando – durante uno stage – è stata palpata e baciata contro la sua volontà dal noto conduttore Zhu Jun. Anche lui, come il suo predecessore hollywoodiano Harvey Weinstein, deve l’interesse della stampa generalista mondiale alle sue abitudini da predatore sessuale.

Il caso – Aggredita mentre lavorava negli studi televisivi del canale CCTV, Zhou trova il coraggio di rendere pubblico l’accaduto solo nel 2018 pubblicando un lungo post online. L’accusa diventa poi virale grazie all’amica Xu Chao che la condivide via Weibo (piattaforma social cinese simile a Facebook). Da quel momento inizia la battaglia legale in cui Zhu Jun risulta già parzialmente sconfitto. Infatti, rigettando ogni accusa mossa contro di lui, fa causa a Xianzi e Xu Chao per diffamazione. La richiesta viene però archiviata dai giudici cinesi. Ora l’accusato è lui: se venisse condannato dovrebbe porgere pubblicamente le sue scuse e versare 50 mila yuan (sei mila euro circa) a titolo di risarcimento a favore della vittima.

I precedenti – Per un contesto come quello cinese, il solo fatto che l’imputato sia un personaggio pubblico è un traguardo enorme. Così come l’aver catalizzato la mobilitazione internazionale. Infatti, a differenza del #Metoo statunitense, in Cina le prime a prendere posizione contro gli abusi subiti dalle donne sono state le studentesse universitarie, facendo molto meno rumore delle attrici famose. Nel 2018, la ricercatrice Luo Qianqian è la prima a pubblicare la sua storia su Weibo con l’ashtag #WoYeShi (traduzione cinese di #MeToo). Le manifestazioni di protesta sono mal tollerate dal regime comunista, che risponde attuando la linea dura della repressione arrestando diverse attiviste.

La forza della condivisione – Xianzi individua proprio nel diffondersi del movimento #MeToo ciò che le ha dato la forza di denunciare. Lei stessa afferma che nel 2014 i poliziotti ai quali si era rivolta hanno tentato di dissuaderla dal denunciare un uomo famoso e potente. Lo stesso schema è stato smascherato dal giornalista Ronan Farrow, che del #MeToo ha fatto un libro (“Predatori. Da Hollywood a Washington, il complotto per ridurre le vittime di abusi al silenzio”, pubblicato in Italia da Solferino). Dall’inchiesta emerge chiaramente quanto la violenza sulle donne sia fondata sull’assuefazione all’intimidazione. Tra le vittime di Weinstein c’è Emily Nestor, due lauree e l’ambizione di dirigere uno studio di produzione. «La disinvoltura e la mancanza di inibizione delle molestie che aveva subito le avevano fatto pensare che si trattasse di un comportamento abituale», racconta Farrow «e la reazione incontrata quando le aveva denunciate l’aveva amareggiata. Ma aveva paura di una rappresaglia». Emily è stata oggetto di insistenti avance non richieste sul luogo di lavoro. Dopo aver segnalato l’episodio alle Risorse umane della Miramax, ha scoperto che la tutela era tutta una farsa. A causa del trauma subìto lascia il suo lavoro e abbandona completamente l’idea di fare carriera nel mondo dello spettacolo. Nonostante l’episodio di molestie risalga al 2014, trova il coraggio di parlare solo qualche anno dopo. Si è spesso chiesta: «È così che gira il mondo?». A piccoli passi, forse il mondo inizia a girare nel modo giusto anche per le donne: nel codice civile cinese le molestie sessuali sono state inserite solo nel 2005, mentre la definizione precisa è arrivata a maggio 2020. Inoltre, a partire da giugno 2021 le scuole saranno tenute ad inserire lezioni di educazione sessuale.

Chiara Barison

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